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Oroval


b1f0735cover26424Sono considerato da tutti un lavoratore instancabile, e se vogliamo considerare il pensiero e la riflessione come un lavoro, allora lo sono davvero, perché ho dedicato loro tutte le mie ore da sveglio. Se il lavoro invece è considerato come una prestazione eseguita in un determinato tempo e in base a un ruolo ben definito, allora io sono il peggiore degli scansafatiche. Ogni sforzo eseguito sotto costrizione esige un grande sacrificio in termini di energia vitale. Non ho mai pagato un tale prezzo. Al contrario ho prosperato grazie ai miei pensieri.” (Nikola Tesla)

“Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza, dicono gli studiosi di economia politica. Lo è, accanto alla natura, che offre al lavoro la materia greggia che esso trasforma in ricchezza. Ma il lavoro è ancora infinitamente più di ciò. È la prima, fondamentale condizione di tutta la vita umana; e lo è invero a tal punto, che noi possiamo dire in un certo senso: il lavoro ha creato lo stesso uomo.” (Friedrich Engels)

“Il lavoro è l’amore reso visibile.” (Kahlil Gibran)

“Il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni.” (Sebastiano Vassalli)

Si trovano tante citazioni sul lavoro e sembra proprio che si dividano equamente tra  due grandi polarità:

iattura dalla quale liberarsi per poter vivere la vita che vale la pena vivere

elemento costitutivo della  persona senza il quale viene meno il pensarsi umani.

In questo ampio spazio tra i due poli si muove la proposta di riflessione di Stefano Massini, particolarmente interessante perché proviene dal mondo del teatro dove lui “lavora”, che ha nelle parole la materia prima della propria proposta, e proprio per questo ne offre delle prospettive articolate, mai banali.

Fin dalle radici etimologiche questa dialettica rimane irrisolta: perché se è noto che il latino labor afferisce alla fatica, quasi al dolore (si pensi all’uso del travagliare di derivazione francese) forse è meno noto, ma non meno importante, che risalendo alle  radici sanscrite del termine labor  si scopre che afferiscono all’idea di “conseguire ciò che si desidera”. Lavoro come pura punizione, lavoro come compiuto atto creativo. Lavoro manuale e lavoro intellettuale, colletti blu contro colletti bianchi, mestiere contro professione e così via ..fino ad arrivare nel nostro piccolo mondo alla disputa mai sanata tra chi lavora nei negozi e chi sta nelle sedi.

Qual è il termine che prova a suturare questa ferita secondo Massini? E qui cadiamo dalla padella alla brace, perché è un sinonimo di derivazione militare: occupazione (ob-capere e cioè controllo, supremazia). Il nostro impiego (per chi ce l’ha) indipendentemente dall’essere manuale o mentale, rapisce il nostro tempo, lo occupa militarmente al punto tale che ogni altro spazio  viene definito tempo libero. Liberato.

Il percorso di Massini poi prosegue in maniera godibile ma mai banale sempre scavando sotto il significato dei termini che diamo per  scontati nel loro utilizzo quotidiano, fino ad incontrare l’automa, il nipote del robot (dal ceco robota, cioè lavoro pesante). E qui sono cavoli amari per usare un eufemismo: perché per la prima volta lo strumento, il mezzo per faticare meno, assume il ruolo di controllore sull’uomo con un rovesciamento di ruoli  inedito e inquietante. Tanto che oggi non si riesce più a parlare di lavoro senza avvertire la pressione minacciosa di un altro sostantivo, come problema, che oramai si è fuso con il primo  nelle nostre teste.

E allora sembra particolarmente adeguata al momento un ultima citazione che riportiamo

“È evidente che più la società si fa tecnologica, più si riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che è sempre stato il sogno più antico dell’uomo: la liberazione dal lavoro si sta trasformando in un incubo”. (Umberto Galimberti)

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Postcapitalism


postcapitalismoSembra quasi un paradosso che l’idea portante del pensiero di Mason, cioè l’abbondanza e tendenziale gratuità della risorsa centrale dell’economia del terzo millennio, l’informazione, sia affidata ad un oggetto vetero come il libro, peraltro con il suo bravo prezzo di copertina  (con l’e-book la questione cambia di poco).

Non vorrei che potesse essere un piccolo esempio di come il capitalismo se ne continui  a fregare della sua dichiarazione di decesso.

Sarà che tutti i  “post-qualcosa”  che sono stati lanciati un po’ come moda non abbiano goduto di molta più salute di ciò che annunciavano come superato, ma un po’ di scetticismo queste ennesime campane a morto del sistema di relazioni economiche, sociali e culturali che ci avvolge lo suscitano.

Forse perché la differenza tra chi detiene e chi non detiene i mezzi di produzione non solo rimane marcata, ma è decisamente aumentata nell’ultimo trentennio ( vedi Picketty, Atkinsons ecc..).

Certo sono cambiati sia i mezzi che la produzione ma il succo della faccenda rimane sempre invariato: una profonda disuguaglianza di risorse, di opportunità, di speranze.

Scetticismo dicevamo ed è un peccato perché il libro di Mason è davvero molto, ma molto, interessante, e giustamente offre degli orizzonti non delle ricette.

C’è una prima parte del libro, che grossolanamente potremo definire di storia economica che, per farla breve, è bellissima. Tra le diverse teorie quella che per Mason spicca per capacità analitica e predittiva è quella dei cicli lunghi di Kondrat’ev, basata sulla centralità delle innovazioni scientifiche e tecnologiche: la macchina a vapore, la ferrovia, l’industria pesante, la telefonia, l’elettronica, il nucleare e oggi la tecnologia informatica, nel senso ampio che possiamo dare al mondo delle reti.

Per Mason qui si gioca la rottura del paradigma capitalista: non bastassero le crisi ambientali, economiche e demografiche i cui nodi stanno arrivando contemporaneamente al pettine, è proprio la tecnologia cardine dei nostri giorni a erodere la capacità di tenuta del capitalismo.

I diritti di proprietà vengono completamente rimessi in discussione quando la risorsa centrale dell’economia è l’informazione, che è abbondante e soprattutto riproducibile.

Qui finisce la storia e inizia la lotta dei nostri e dei futuri giorni: da una parte le potenzialità egualitarie ella rete e il suo possibile uso per emancipare l’umanità dalla schiavitù del lavoro e l’ecosistema dai disequilibri del sistema produttivo attuale, dall’altra una realtà che a tutt’oggi parla di un clamoroso accentramento delle ricchezze e di un depauperamento della dignità stessa del lavoro (vedi i cosidetti ddd jobs: dirty, dangerous e demeaning ).

Una stella polare per  capire se la direzione per il post-capitalismo è presa  per Mason è il blocco di ogni privatizzazione: è una leggenda che lo stato con il neoliberismo abbia un ruolo passivo, il neoliberismo si nutre dell’intervento dello stato che deregolamenta la finanza, esternalizza i servizi, impoverisce i cardini del welfare indirizzando la gente verso il sistema privato.

A maggior ragione ciò dovrà o meglio non dovrà (ma oramai è già successo) avvenire per le piattaforme tecnologiche che permettono il dispiegarsi delle relazioni peer to peer in rete. È li che si dispiegherà parte fondamentale dello scontro tra il 99% e l’1%. In bocca al lupo a noi tanti.

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Dare un nome al terzo settore


venturi_zandonai20160426152402Le parole costruiscono mondi. E il modo in cui definiamo una novità, ad esempio un soggetto sociale inedito, ne segna il destino e ne disegna la tifoseria a favore e quella contro.

A Scuola Coop pochi giorni fa abbiamo realizzato una giornata di lavoro sul tema della sharing economy, in italiano economia della condivisione, altrimenti detta peer to peer economy o new economy o chissà in quali altri modi diversi. Perché tanta ridondanza di nomi? Perché a questa galassia di nomi corrisponde una galassia di esperienze imprenditoriali di natura diversissima tra loro: si va dal mercato di scambio di beni usati totalmente analogico perché locale, all’impresa piattaforma che a livello mondiale connette milioni di utenti, estraendo valore da ogni transazione. Possibile tenere tutto insieme? La confusione lessicale rende davvero ardua l’analisi.

Un’altra definizione che in questo momento nel panorama economico suscita un interesse estremo ma apre fronti di ambivalenza estremi è “terzo settore”. Una definizione che è identica in inglese (third sector) e sulla quale si è espresso di recente dall’Università di Stanford il prof. Henry Mintzberg, studioso di organizzazioni di rilievo mondiale, sostenendo che i tempi sono maturi per parlare di plural sector. Che non è il settore pubblico, né quello privato, ma non per questo merita un nome “residuale”. Si definisce quindi settore plurale qualsiasi attività svolta da un gruppo di persone che è di proprietà del gruppo stesso o di una comunità.

Un settore di importanza fondamentale, soprattutto per soddisfare quei bisogni di appartenenza che gli esseri umani hanno, al pari – sottolinea ancora Mintzberg – dei bisogni di protezione e di accesso ai beni di consumo assicurati rispettivamente dal settore pubblico e privato. I tre settori sono stati in equilibrio fino al 1989, poi con la caduta del Muro di Berlino il capitalismo, e con esso il settore privato, hanno preso il sopravvento. Fino ad arrivare oggi a un tale livello di individualismo e di crisi del sistema che solo la crescita del settore plurale può riequilibrare il sistema.

Fin qui la visione di Mintzberg, a partire dalla quale una domanda sorge spontanea: l’impresa sociale – altro modo per riferirsi ai soggetti del terzo settore – è uno strumento per attenuare un sistema che comunque ha senso che resti quello capitalistico (quello che ci accompagna dal crollo del Muro) oppure è una leva che può rovesciare la prospettiva e rendere la socialità elemento centrale dell’economia? Se così fosse la competitività di un’impresa verrebbe influenzata dalla sua portata di coesione sociale e inclusività, andando ben oltre l’approccio prevalente oggi, per cui la responsabilità sociale d’impresa è un corollario, qualcosa di residuale.

In quest’ultima prospettiva si inseriscono le riflessioni di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, contenute nel recente libro “Imprese ibride”, edito da Egea nel 2016. Scenari di cambiamento radicale per il terzo settore, che la recentissima legge italiana sul terzo settore potrà contribuire a generare, attraverso i regolamenti che ne deriveranno.

Cosa sono le imprese ibride? Imprese dove gli attori del sistema possono tutti concorrere, per generare valore, che è contemporaneamente economico e sociale. Sono imprese che nascono sulla base di bisogni reali, in cui se i promotori sono imprese lucrative significa che esse stanno tenendo sempre in maggiore considerazione le dimensioni sociali e ambientali (assieme a quelle economiche); se i promotori sono soggetti no profit significa che stanno incrementando l’attenzione alla sostenibilità economica e al riversamento dei benefici prodotti sulla comunità.

Le imprese ibride offrono soluzioni creative a temi insoluti, infatti spesso hanno al forma di start-up. Ma mentre questo termine ci richiama subito alla mente le start-up tecnologiche, le start-up ibride hanno invece una connotazione sociale, nascono per produrre innovazione sociale. Ancora una volta la lingua non ci aiuta e urge semplificare il modo in cui potersi riferire a strutture così importanti.

Esempi? Per restare nei pressi del nostro mondo, pensiamo alle Cooperative di Comunità. Modelli di impresa su base locale che nascono per dare risposte ai bisogni della comunità, che né il settore pubblico né quello privato riesce a soddisfare. Si tratta di realtà in cui le persone possono mettersi insieme per mantenere in vita la comunità stessa attraverso la co-produzione di servizi: i cittadini sono al tempo stesso erogatori e fruitori di servizi che riguardano l’educazione, il welfare, la cultura. Oppure si mettono insieme per rigenerare e valorizzare risorse locali, creando nuova attrazione turistica e culturale.

Altra caratteristica interessante dell’impresa ibrida: il carattere inclusivo della governance. La legge appena approvata le definisce infatti come aperte “al più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati alle sue attività”.

Resta aperto il tema del nome. Imprese ibride? Terzo settore?… Possiamo fare di meglio, per battezzare le imprese che cambieranno il mondo?

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Possiamo mandare in pensione il mito del leader!?


f4114a9cover24423Qualche anno fa, per la verità oramai più di venti, uscì una martellante campagna pubblicitaria il cui claim era: “ Ma con tutto lo yogurt che c’è, che bisogno c’era di Yoplait?”.

Il risultato nonostante ci fosse Kraft alle spalle fu  fallimentare e il prodotto venne ben presto ritirato.

Però il claim funzionò, almeno per me, visto che non solo me lo ricordo ma mi capita allegramente di applicarlo svariate volte.

Ecco “Psicologia del leader” è il classico titolo che  mi fa venire in mente lo slogan del latticino: ma con tutti i libri sulla leadership che sono stati pubblicati, che bisogno ce ne è  di altri sempre troppo simili a se stessi? Leggi il seguito

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Aspettando il convegno “Per un nuovo Umanesimo, idee per abitare il mondo”/2


Il Cervello aumentato, l’uomo diminuito

Questo libro di Miguel Benasayag, pubblicato da Erickson in Italia pochi giorni fa, ci porta a esplorare i temi del prossimo convegno di Unicoop Firenze “Per un nuovo Umanesimo – idee per abitare il mondo” (programma), previsto per il 5 e 6 febbraio a Firenze.

Scuola Coop ha la fortuna di frequentare questo straordinario studioso da alcuni anni e dobbiamo dire che anche in questo libro Benasayag riesce a proporre idee fondanti il proprio pensiero in una prospettiva di estrema attualità, mettendo in luce il tema dell’impatto della tecnologia sul nostro cervello. Un libro denso e ricco di esempi che aiutano la comprensione; un libro-frattale, poiché in ognuno dei quindici capitoli, che illuminano altrettanti ambiti di riflessione, si ritrova la filosofia complessiva dell’autore. Leggi il seguito

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Aspettando il convegno “Per un nuovo Umanesimo, idee per abitare il mondo”/1


Avvento-della-Meritocrazia_internisitoll 5 e 6 febbraio prossimi Unicoop Firenze ci invita a una due giorni di altissimo livello dal titolo “Per un nuovo Umanesimo – idee per abitare il mondo” (programma), inerente a quale visione poter condividere della società che contribuiamo a far emergere, anche col nostro lavoro quotidiano di Cooperative di Consumatori; e anche con il nostro vissuto di madri, di padri, di cittadini.

Un tema caro anche a Scuola Coop, che contribuisce al convegno sul piano sia progettuale, sia di contenuto.

Ultimamente ci è capitato di leggere un libro, non recente, ma dal titolo attualissimo: “L’avvento della Meritocrazia”, scritto nel 1958 da Michael Young, sociologo, economista e membro del partito laburista britannico, scomparso nei primi anni 2000. Sarebbe stato un contributo perfetto all’approfondimento che propone Unicoop. Leggi il seguito

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Il Paesaggio è chi lo vive


mente2Nel mio piccolo mi sto appassionando di libri sul paesaggio. Tre in due mesi. Dopo “Amor Loci” di Elena Granata e “Privati del patrimonio” di Tomaso Montanari eccomi oggi a “Mente e paesaggio” di Ugo Morelli. Dall’urbanista, allo storico dell’arte, per approdare allo psicologo delle organizzazioni. Non male come interdisciplinarità di approccio, chi se lo sarebbe aspettato. Eppure il paesaggio ti avvolge e quasi lo dai per scontato. Salvo chiudere gli occhi e descriverlo perfettamente, perché ce l’hai dentro. Voi cosa vedete? Personalmente non ho dentro Firenze in senso astratto ma Firenze vista dal ponte Amerigo Vespucci: perché? Ugo Morelli risponderebbe che ciò accade perché non c’è una vera separazione tra me e il paesaggio che vedo. E, dal loro punto di vista, a questa risposta farebbero eco anche lo strico dell’arte e l’urbanista. Il paesaggio è una sorta di proprietà emergente nella connessione tra il mondo che sta dentro ognuno e quello che sta fuori. Ciò che identifichiamo come paesaggio è ciò che abbiamo contribuito a rendere tale, con scelte individuali e quindi collettive. “Realizziamo nel mondo in cui viviamo il paesaggio che abbiamo in mente” scrive l’autore nelle primissime righe del libro. Di sicuro una impostazione che ci responsabilizza al massimo come cittadini. Come a dire che rispetto alle decine di alberi caduti nel parco dell’Anconella pochi giorni fa, durante l’ennesima tempesta sulla città, nessuno può chiamarsi fuori. Leggi il seguito

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Privati del patrimonio


41TB+mTjbDLIl 30 luglio 2015 il Comitato Didattico di Scuola Coop ha incontrato lo storico dell’arte Tomaso Montanari. Fiorentino, docente all’Università Federico II di Napoli, editorialista e blogger, Montanari ha al suo attivo già diversi libri, che ci hanno permesso di conoscerne e apprezzarne nel tempo la proposta culturale e – in senso lato – politica. Da qui la lezione di qualche giorno fa, in preparazione di un momento progettuale del Comitato Didattico, relativo all’attività futura di Scuola Coop e delle Cooperative in ambito formativo. “Di cosa dobbiamo tener conto per progettare?” ci chiediamo periodicamente, credo a prescindere dal ruolo che abbiamo. L’enfasi sulla forza del progetto è stato uno dei focus del ragionamento di Montanari. Per progettare lo sguardo deve essere alto, la visione coraggiosa. “Ogni progetto è una promessa di rivoluzione”, diceva Piero Calamandrei, uno dei nostri Padri costituenti. E una delle promesse più importanti che la Costituzione della nostra Repubblica racchiude è legata all’articolo 9, ovvero alla tutela del patrimonio artistico e paesaggistico. Leggi il seguito

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Il cervello: se lo conosci non lo eviti!


neuroscienze-e-managementSarebbe un tentativo vano quello di tentare una sintesi dei contenuti di questo libro: sia per la quantità degli interventi presenti, sia per la loro densità, che anche per la molteplicità, non sempre omogenea, delle prospettive presentate.

Però al termine della lettura si ha la sensazione che il rapporto tra le scoperte delle neuroscienze e le dinamiche organizzative sia estremamente serio, non eludibile.

Provo allora a riportare alcune sensazioni che ho ricavato.

Primo. Ancora del cervello e del suo funzionamento si sa il giusto, ma comunque di quello che si sa il 90% è stato scoperto negli ultimi 10\15 anni. Questo significa che ciò che eventualmente abbiamo imparato nei nostri percorsi di apprendimento istituzionale  va rimesso totalmente in discussione: non è detto che fosse sbagliato, però ora ci sono dei riscontri empirici con cui bisogna fare i conti, se non si vuole rimanere ancorati a pre\giudizi teorici. Leggi il seguito

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La sostenibile modernità della cooperazione


9788807105036_quartaMentre leggevo questo importante saggio di Magatti/Gherardi mi sono tornate in mente poche righe che avevo preso come appunto per aprire un intervento in un evento pubblico; e siccome, così come del maiale, anche dei propri scritti  non si butta via niente, le ho ritrovate:

Coop, per la sua natura e per la sua storia …..

(collegamento tra primo punto vendita a Torino del 1854 con spaccio e attività socio culturali annesse fin da allora, fin dalla nascita!!  E “Geocoop” progetto vincitore Scuola Coop Contest 2013, concorso di idee e progetti per la coop del futuro da parte di giovani lavoratori, un format nuovo che prevede natura/qualità/ relazioni/informazioni fortemente integrate, che ha ispirato il supermercato del futuro presentato a Expo 2015) Accedi per continuare a leggere il post

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