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Cooperatori di tutto il mondo…AUGURI!


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Cari compici (compagni e amici),

la recente decisione di considerare la qualità dei legami sociali e la cultura come imprescindibili risultati imprenditoriali anche negli Statuti della Lega delle Cooperative, sancisce definitivamente, anche sul piano formale, il superamento di quella barbara e rozza sottocultura che alcuni decenni fa metteva al centro della sua azione i risultati monetari e quantitativi e che caratterizzava la politica e l’economia mondiale. Una sottocultura che tanti danni ha fatto dal punto di vista ambientale e umano. D’altro canto è noto che il PIL, inteso come esclusivo indice di misura, risultava essere l’acronimo di Prodotto di una Intelligenza Limitata.

Mancava, questo atto formale, ora che le Coop sono finalmente un esempio di vita sociale, di sviluppo economico e vivere civile compiuto! Ora che il loro modo di fare impresa è diventato un modello al punto che le forme di impresa più egoistiche risultano la vera anomalia nel panorama socio imprenditoriale mondiale. Accedi per continuare a leggere il post

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“Oltre il confine”


Cos’è un confine? Un modo per dividere il mondo tra noi e loro. Una buona occasione per litigare. Il piacere della scoperta. Un’occasione per guardare più in là. La premessa per una prigione. Un modo per stare bene con gli altri. Un gioco. Il presupposto per l’esclusione. Il presupposto per l’inclusione. La giusta distanza tra le persone. Il vero centro del mondo.

Esistono parole che trattate con rispetto e pazienza possono aiutarci a capire meglio, se non addirittura a comprendere, i fenomeni di cui facciamo parte, le organizzazioni che abitiamo e dunque cosa accade nella nostre vite. Basterebbe avere la pazienza di indugiare collettivamente su queste parole senza far ricorso ad altisonanti terminologie da alta formazione per aumentare la nostre capacità di far fronte a un mondo spesso troppo veloce e aggressivo. Più rapido, in molti casi, della velocità dei nostri processi di comprensione e adattamento, tanto da renderlo per certi aspetti “psicoincompatibile”. Sarebbe bello immaginare organizzazioni in grado di favorire riflessioni tra i lavoratori (compresi i dirigenti) a partire da parole chiave che sono costitutive della nostra esistenza. Anche professionale. E non costerebbe molto.

La parola confine è una di queste. Accedi per continuare a leggere il post

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Andate e distinguetevi!


Ci interessa “Servire la distintività”?  O è una frase troppo legata ai nostri codici linguistici e poco efficace?

Oppure proprio non ha senso?  Ma cosa vuol dire poi essere distintivi? L’ultimo trovato della tecnica?

Con una sorta di staffetta i gruppi di studio organizzati a Scuola Coop  sulle “Organizzazioni Complesse” con il Prof. De Toni, e sulla “Coop nelle nuove dimensioni della concorrenza” con il Prof.  Ravazzoni, hanno visto la conclusione e la partenza nella stessa settimana di marzo. Proviamo a connettere i loro contenuti per rispondere alle precedenti  domande. Accedi per continuare a leggere il post

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Ricchezza e disagio sono prima di tutto culturali


atenistas (2)Questa storia è onirica, per omaggiare l’Oscar a “La grande Bellezza”. Accosta fatti e persone lontane. Fa un giro largo ma arriva a interessarci molto da vicino (si invita il lettore ad andare oltre il terzo rigo).

Il governo Renzi si è da poco insediato e non possiamo che unirci al coro degli auguri. Nasce da un epocale terremoto a sinistra, che abbiamo seguito su tutti i media. In molti con disagio. Uno dei commenti più illuminanti che mi è capitato di leggere è quello di Leonardo Becchetti, economista (nota 1). In un suo post di questi giorni Becchetti distingue tra missione di governo, che consiste nel realizzare il miglior compromesso possibile in accordo con pezzi di maggioranza portatrici di visioni distanti, e missione culturale, che consiste nello studiare nuove idee, portandole progressivamente all’attenzione delle persone. Queste, stimolate dalle idee, possono col tempo modificare il loro voto, dando vita a nuove maggioranze possibili e nuove politiche praticabili, deduce Becchetti.

Ciò che ci resta addosso è la suggestione che le velocità con cui tutti ci muoviamo possano essere plurime e che ciò possa valere per ogni ambito della vita. Siamo alle prese con i morsi della crisi, prendiamo decisioni veloci, abbiamo lo sguardo basso e il problema impellente da risolvere: le persone nel loro privato (nessuno può tirarsi fuori), come le organizzazioni. Eppure, proprio con riferimento alle organizzazioni, quanto accade non deve indurci ad appiattire quello che pensiamo e ideiamo, cercando un conformismo “salvifico” nei modelli culturali e di governance del capitalismo tout court. Importare il modello unico anglosassone con dieci anni di ritardo, ad esempio, quando è evidente che ha già segnato il passo, è un rischio tipico per il nostro Paese, che periodicamente rincorre la chimera del nuovo. A ricordarcelo è Luigino Bruni, economista vicino a Leonardo Becchetti e Stefano Zamagni, nell’intervista che ha concluso il gruppo di studio di Scuola Coop “La Coop al bivio dell’economia civile” (nota 2). Accedi per continuare a leggere il post

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Fiocco rosazzurro: il 19 maggio 2013 è nata la Scuola di Economia Civile, SEC


Il mondo non sta bene e forse abbiamo già superato il ciglio del burrone. Complessivamente, nelle nostre società non stiamo lavorando per la vita e per il ben-essere, ma per far circolare soldi, annebbiati da una strana coazione a ripetere che prende varie forme, è diffusa a tutti i livelli, e si potrebbe definire sinteticamente “desiderio di dominanza.”

La nostra società sta male per tanti motivi, uno dei quali riguarda un mondo che è stato svilito e che secondo me dovrebbe costituire uno dei punti di attacco di un impegno civile e professionale: il mondo delle idee. Un mondo indiscutibilmente concreto.

Ogni nostro comportamento implica l’esistenza di idee, di presupposti. Ignari però di come funziona il nostro modo di pensare e costruire la realtà, viviamo in un orizzonte affollato da idee dannose che si diffondono attraverso un linguaggio inquinante. Di queste idee e di queste parole dovremmo prenderci cura come facciamo nei confronti di qualcosa di delicato: un bambino, un fiore, un quadro, un libro prezioso, un ricordo di famiglia.

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Sul passato, sul presente, sul futuro di Scuola Coop


Scuola Coop ha chiuso un ciclo. Si è rinnovato il CdA, con qualche new entry e Marco Lami, Presidente per due trienni, ha terminato il suo mandato. Non sono abituato a fare interventi celebrativi e tanto meno autocelebrativi, ma è indubbio che negli ultimi anni Scuola Coop abbia fatto diverse cose buone sia per quanto riguarda i contenuti, sia per quanto attiene la qualità delle relazioni che è riuscita a stabilire con le cooperative. Intendendo per “cooperative” non solo i rappresentanti delle stesse in questo CdA, ma soprattutto la pluralità di persone che ci frequentano. Vorrei quindi sottolineare alcuni aspetti che hanno un valore politico e sulla base dei quali s’innesta un doveroso ringraziamento a Marco Lami e a tutta la Presidenza. Ciò che abbiamo cercato di promuovere in questi anni è una Scuola che fosse molto più che una fabbrica di corsi. Abbiamo cercato di costruire un luogo che non fosse separato da chi lo frequenta, che fosse di tutti e permettesse di affrontare temi importanti totalmente al di fuori da logiche di contrapposizione geopolitica.

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Ma non solo! Riflessioni estemporanee su un progetto chiamato CoopContest


E’ finito lo scorso 8 marzo il primo Coop Contest organizzato da Scuola Coop.
Nel nostro sito trovate tante notizie e immagini, per cui qui vogliamo riportare solo alcune impressioni che abbiamo ricavato da questa esperienza.
Lo facciamo utilizzando tre concetti cardine: la formazione, Coop,  i giovani…ma non solo.

Formazione: dove l’accento cade su azione.
Agire un progetto attraverso una struttura metodologica  che non è mai un vincolo  stringente ma un supporto. Agire un progetto attraverso la ricerca, lo studio, la fatica.
Attraverso una sponda teorica rigorosa che si impasta con l’esperienza empirica: processo da costruire e non schema da applicare.
Formazione funziona se ti senti partecipe e protagonista, che non significa primadonna, ma soggetto attivo, accolto e rispettato.  E provi a dare il meglio di te stesso.
Funziona se c’è un contesto che agevola l’emersione dei saperi, che permette  lo sviluppo delle relazioni orizzontali.
Non funziona se il presupposto è che ci sono persone che vanno “aggiustate”, oppure “bambini da far crescere”.
Non funziona se c’è l’idea che il sapere vada trasmesso da uno a tanti.
Formazione funziona se ci si diverte a stare insieme: il divertimento non è perdita di tempo, superficialità ma è gioia della relazione e quindi  efficacia ma alla fine anche efficienza.
Questa è la formazione che lotta con la sua quasi omonima formattazione. Stavolta ha vinto alla grande.
Tutto questo è stato il contest ..ma non solo.

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Liberi di cambiare le cose


Sono giorni intensi questi sul finire di Febbraio: la campagna elettorale, i risultati del voto, le dimissioni del Papa e le solite temibili dichiarazioni delle agenzie di rating, vere e proprie spade di Damocle sulle nostre teste.

Un clima particolare per noi italiani che dopo un anno di tecniche di ripresa dalla crisi economica siamo ritornati alle più consuete tecniche di democrazia eleggendo il prossimo parlamento. Una ritualità che porta con sé, comunque la si viva, la voglia di cambiamento, il desiderio di novità, l’auspicio di un domani migliore tutto da costruire. In fondo, molto in fondo, è così. Anche se quello che prevale, come sentimento generale, è la cupa consapevolezza che ciò che vivremo i prossimi mesi non sarà poi così diverso da questo presente, che le cose cambiano lentamente e che chissà poi se si vuole che cambino davvero.

Eppure ci sono storie, ci sono esperienze che testimoniano non solo la voglia di cambiare ma anche che farlo è possibile, partendo spesso dalle piccole cose.

È la storia di Liberos (www.liberos.it), associazione di scrittori, librai, editori, bibliotecari e associazioni culturali nata in Sardegna nel 2012 con l’intento di mantenere viva la filiera del libro in una regione non densamente popolata e dalle difficili condizioni logistiche.

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Addio 2012: bilanci di sostenibilità di un anno insostenibile


«La sostenibilità non è un concetto astratto, è qualcosa che sta prendendo forma nella nostra coscienza. E’ come se un gigantesco puzzle si stesse ricomponendo. E il cambiamento non è un’opzione, è una necessità. Il primo passo è la comprensione, il secondo è la consapevolezza che dobbiamo ripartire da noi stessi. E’ l’individuo che deve essere sostenibile. Non deve consumare energie non rinnovabili, per quanto possibile, non deve sfruttare o buttar via in maniera indiscriminata. Per molto tempo abbiamo seguito i criteri dell’economia classica, ora bisogna cambiare prospettiva e dire che è il contrario. Ci sono una serie di affermazioni sbagliate a cui abbiamo sempre creduto. Ad esempio, “ognuno persegue giustamente il proprio interesse”, “il fine giustifica i mezzi”, “solo i più forti sopravvivono”, “più soldi hai migliore sei”. Ora dobbiamo cambiare visione. Passare a un pensiero dove l’essere umano è integrato e non dominante. Sette miliardi di persone devono sopravvivere e svilupparsi: ed è possibile solo in armonia. E non è altruismo: è convenienza. Perché il benessere dell’altro è sempre più il mio. E la mia responsabilità si estende a tutti quelli che sono toccati dalle mie azioni. Insomma, questo momento storico è affascinante ed eccitante. Sono molto contento di essere vivo adesso».

Così Ervin Laszlo, filosofo della scienza ungherese, uno dei fondatori della teoria dei sistemi e da anni impegnato sui temi della sostenibilità attraverso il Club di Budapest.

In queste settimane ci siamo salutati con il consueto augurio di “buon anno”. Tra i riti legati al periodo delle feste questo è l’ultimo in ordine di apparizione, un “buongiorno” accresciuto che risuona ovunque. Un augurio rituale e autentico insieme, perché da qualche anno mentre lo pronunci ti chiedi se il nuovo anno ci porterà davvero qualcosa di buono. Ti chiedi come cambierà la tua vita e la vita degli altri, affinchè il sistema si regga e sia sostenibile. Al di là del comune buon senso e dell’esperienza diretta, si può tentare di rispondere a queste domande andando a leggere i numerosi rapporti annuali che in questo inizio 2013 affollano i media.

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Sulla cooperazione e il suo futuro…


Certo, il momento è difficile. Lo è per molti, nel mondo e nel nostro paese. Ed è difficile anche per Coop, come impresa e come insieme di persone che la abitano.

Ma c’è anche una difficoltà di altro tipo che potremmo definire la “difficoltà di essere in difficoltà”.

Cosa a cui non siamo abituati.

Per anni ci siamo nutriti di parole eroiche che dipingevano i ruoli di responsabilità come capaci di tutto: di guardare al futuro, di motivare e auto motivarsi, di crescere e crescere e crescere, di risolvere tutti i problemi con iniezioni di tenacia, volontà e metodiche manageriali. Come se una volta entrati in questi ruoli si fosse automaticamente separati da una vita fatta anche di difficoltà, errori, smarrimenti, insuccessi, limiti. Un approccio al lavoro, all’impegno, all’organizzazione, alle relazioni umane, che ora appare nella sua fragilità, traballante e inadeguato. Motivo in più per affermare che la crisi non è solo una questione di conti a posto.

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