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L’anti Wal-Mart: l’ingrediente segreto di Wegmans


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News from U.S.A.

The Atlantic è una storica rivista statunitense che si occupa principalmente della società americana. Diversi sono gli articoli che si occupano del mondo della grande distribuzione. Alcuni di questi ci sembrano interessanti anche per noi e quindi ve ne offriremo una traduzione “casareccia”.  Ovviamente, per chi non ne ha bisogno, segnaliamo anche il link con l’articolo originale.

Vi proponiamo un secondo articolo (link al precedente):

L’anti Wal-Mart: l’ingrediente segreto di Wegmans

Una catena dell’Est Coast  degli USA mostra che si può essere generosi con la propria forza lavoro e avere splendidi profitti.

ROCHESTER, N.Y. – Chi sta in cassa non può interagire con i clienti se prima non ha fatto almeno 40 ore di formazione. Centinaia di persone vanno in giro negli Stati Uniti e nel mondo intero per diventare esperti  dei prodotti che vendono.  L’impresa non manda obbligatoriamente la gente in pensione ad una certa età e non ha mai licenziato nessuno. Tutti i profitti sono reinvestiti nell’azienda o divisi tra i lavoratori. Una folle  start up di internet ? Le fantasie del movimento Occupy Wall Street?  Un retailer fallito acquisito recentemente da Wal Mart?

No un’impresa da 6 miliardi di dollari di fatturato, 79 punti vendita e una fidelizzazione esterma dei propri clienti: Wegmans che opera a  New York,  in Pennsylvania  e in altri quattro  stati dell’ East Coast, dimostra che gli affari e i profitti  non sono incompatibili con la generosità e la formazione  dei propri dipendenti. Accedi per continuare a leggere il post

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Tema: gli smartphone sono perfetti compagni di acquisto?


News from U.S.A.

The Atlantic è una storica rivista statunitense che si occupa principalmente della società americana. Diversi sono gli articoli che si occupano del mondo della grande distribuzione. Alcuni di questi ci sembrano interessanti anche per noi e quindi ve ne offriremo una traduzione “casareccia”.  Ovviamente, per chi non ne ha bisogno, segnaliamo anche il link con l’articolo originale.

ALEXIS MADRIGAL  DI THE ATLANTIC  INCONTRA   GIBU THOMAS DI WAL MART: Get Ready to Roboshop

leadFare la spesa  da WalMart è una delle attività più comuni al mondo: ogni settimana circa 250 milioni di clienti visitano un punto vendita di questa insegna. Molti di questi hanno lo smartphone in mano.

Gibu Thomas, il vice presidente della divisione  digitale di WalMart, sta lavorando all’armonizzazione  delle esperienze di acquisto in negozio e digitali. Sta dirigendo un gruppo di 1500 persone nella Silicon Valley per definire il futuro della distribuzione on line e fisica.

ALEXIS MADRIGAL:  Lei sembra più interessato  alla tecnologia  “mobile” che allo shopping on line o all’e-commerce. Come mai?

GIBU THOMAS: se lei guarda I dati si accorgerà che il “mobile” influenza le vendite nel punto vendita  in maniera più che doppia dell’intero e-commerce.  Nel 2016 ci aspettiamo che le vendite e-commerce siano intorno ai 345 miliardi di dollari negli Usa (tutto il mercato non WalMart )  e quelle provenienti dai dispositivi mobili circa il 10%, ma se guardiamo a come le vendite offline vengono influenzate ci accorgiamo che questi dispositivi  incideranno per circa 700 miliardi.

AM:  Questo significa che avete bisogno che la gente utilizzi la vostra app. Come è la situazione attuale? Accedi per continuare a leggere il post

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Ida


Pubblicato da Daniela Regnicoli

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Pawel Pawlikovski, Polonia e Danimarca, 2013

Un film in bianco e nero. Una storia minima. Un racconto lento e spezzato. Dialoghi  rarefatti e lunghi silenzi. Verità svelate e verità intuite.

Anna è una giovane novizia, si sta preparando a prendere i voti perpetui.

Ma prima di compiere il passo definitivo viene spedita dalla Superiora a conoscere la sua unica parente, una zia materna che in passato ha rifiutato di prendersene cura, preferendo lasciarla, orfana di entrambi i genitori, alle suore del convento.

E’ il 1962, la Polonia, risucchiata nell’orbita sovietica, è un paese poverissimo, devastato nel corpo e nell’anima dalla recente guerra, dai ricordi degli oscuri episodi collegati al patto Ribbentrop-Molotov, dall’esperienza dei campi di concentramento(Auschwitz, Birkenau..) da una interminabile serie di processi ai “nemici del popolo”.

Anna obbedisce alla Superiora e si reca a Varsavia a casa della zia, sorella della madre. Protetta dalla sua severa uniforme da suora, Anna osserva curiosa tutto quello che le si presenta, attenta e per niente impaurita. Accedi per continuare a leggere il post

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Meritare di più


Pubblicato da Enrico Parsi

Foto1 Foto 2Nelle ultime settimane ho avuto occasione di parlare con qualche Direttore del Personale interessato e incuriosito dal Programma del Gruppo di Studio con Adriano Zamperini, “Disegni organizzativi e comportamenti delle persone”, che prenderà il via nel prossimo mese di aprile. Una parte di loro ha manifestato un’attenzione particolare, legittima e seria, verso il tema del “merito”. Argomento di cui il gruppo di studio non si occuperà in modo prevalente, ma che sarà opportuno approfondire in un prossimo futuro sia per i suoi risvolti di cultura organizzativa, sia per il fatto che assume connotati socio politici rilevanti quando talvolta viene trattato dal mondo giornalistico, e soprattutto dal mondo politico, con la triste e arrogante superficialità di chi, spesso giunto in luoghi privilegiati grazie a meriti inesistenti, vorrebbe così ulteriormente legittimarsi. A scanso di equivoci preferisco dichiarare subito che penso, esattamente come il professor Zamagni che ha scritto su questo tema pagine rigorose e semplici, che una cosa sia riconoscere sempre la diversità e i meriti individuali, e quando è il caso premiarli, cosa che implica comunque un ripensamento dei disegni organizzativi, e altra cosa sia invece promuovere la meritocrazia, che ritengo una trappola ideologica utile soprattutto a mantenere lo status quo nelle relazioni tra chi ha ruoli di potere e chi no, tra chi appartiene a una categoria sociale elitaria e chi no. E spesso utile a giustificare scelte che innescano competizione e ulteriori iniquità. Molto semplificato e grossolano, lo ammetto, ma giusto per sintetizzare in due righe.

Qui vorrei solo offrire qualche pennellata su alcune implicazioni di tipo socio economico legate al tema del merito, una sorta di abbozzo impressionistico. Niente di approfondito, ma solo qualche suggestione per iniziare a scaldare la mente. Vado per punti. Accedi per continuare a leggere il post

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12 anni schiavo


Pubblicato da Daniela Regnicoli

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(2013) Steve McQueen, USA

Un regista nero: Steve McQueen e un tema: la schiavitù dei neri negli stati sudisti della federazione Americana, raccontata in prima persona da uno schiavo, arrivano agli Oscar del 2014 vincendo la più ambita statuetta – miglior film –  e con la delicata Lupita  Nyong’O anche il riconoscimento per la  miglior attrice non protagonista.

12 anni schiavo è il terzo grande film sui temi della schiavitù da parte di registi americani o di scuola americana (Steve McQueen è cittadino britannico) dopo l’ottimo Lincoln di Steven Spielberg e il feroce e energico Django Unchained di Quentin Tarantino. Un critico recupero delle radici e insieme una presa in carico delle drammatiche e, per certi versi, non onorevoli circostanze che originarono gli Stati Uniti d’America, la guerra civile e lo schiavismo, fanno da cornice a queste ripetute incursioni. Una sofferta riflessione al cui dispiegarsi non sembra indifferente la presenza di un Presidente nero alla Casa Bianca.

La storia – tratta dalle memorie del protagonista – ricorda la vicenda di Solomon Northup, un afroamericano nato libero, a Saratoga Springs, nello stato di New York. È un giovane colto e benestante: sposato, padre di tre figli, gran lavoratore, operaio e musicista, ben inserito e benvoluto dalla comunità locale. Un giorno del 1841 riceve, da parte di due sconosciuti, una proposta particolarmente allettante che si rivela un tranello: Solomon drogato, incatenato, privato del suo nome e della libertà, è trasferito su una nave in Louisiana e veduto come schiavo. 12 anni dura la sua prigionia.

Il film mostra gli atroci caratteri dello schiavismo: lo sfruttamento economico e sessuale dei corpi, la cancellazione della identità personale, le sadiche violenze corporali, il pieno potere sulla vita e sulla morte. Le relazioni impari, tra padroni e schiavi, sono il focus del film e l’esibizione dei corpi martoriati dei secondi la conseguenza di quelle. E il regista è impegnato a restituirci le dolorose sensazioni dei corpi costretti e percossi, privati della loro naturale libertà. Quello della privazione e della costrizione è, d’altronde, uno dei terreni d’indagine preferiti da McQueen, già percorso in Hunger e Shame, le precedenti opere del regista. Accedi per continuare a leggere il post

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Altruisti nati


Pubblicato da Stefano Ferrata

Altruisti natiDobbiamo farcene una ragione: nonostante siamo cresciuti  con  somministrazioni di Hobbes e del suo Homo Homini Lupus  e poi con trent’anni di esaltazione dell’individualismo, la specie umana è tale perché coopera e lo fa  non solo da tanto, tanto, tanto tempo come avevamo già detto recensendo Supercooperatori, ma  lo fa anche fin da subito. Ogni nuovo rappresentante della specie infatti è (pre) disposto ad una comportamento cooperativo con i propri simili, anche molto più grandi di lui.

“Altruisti Nati” nasce da una  lezione di Michael Tomasello tenuta alla Stanford University,  e ci aggiorna sui risultati che il Max Planck Insititut di Antropologia Evolutiva ha ottenuto nell’osservazione dei meccanismi che portano i  bambini a diventare membri di gruppi culturali.

L’autore porta prove empiriche convincenti sul fatto che infanti e bambini piccoli siano predisposti a prestare aiuto, fornire informazioni e condividere quanto in loro possesso in determinate situazioni prima di entrare  nella fase di acculturamento, quando impareranno ad essere più selettivi, per non incorrere in brucianti delusioni.

Questo non significa che non sia antropologicamente necessario anche l’egoismo: forse potremmo dire che l’innata tendenza alla cooperazione e la propensione all’altruismo poggiano da sempre su di un nucleo di interesse personale. Per Tomasello il vero cardine della cooperazione non è quindi  l’altruismo ma la mutualità: noi tutti traiamo beneficio dalla nostra cooperazione solo a patto di lavorare insieme, solo a patto di collaborare.

A pag 57 di questa stimolante e divulgativa dissertazione,  Tomasello tocca un ambito per noi fondamentale: quali sono le differenze  evolutive che sono necessarie per passare dal procacciamento di cibo alla spesa al supermercato? Ehi che bella sensazione sentirsi per un attimo protagonisti dell’ultimo anello della catena evolutiva…cooperativa per di più!!! Ma è solo un esempio purtroppo o per fortuna. Leggi il seguito

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Il capitale umano


Pubblicato da Daniela Regnicoli

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Italia, 2014, Paolo Virzì

E’ un film teso, drammatico, aspro, Il capitale umano. Esce con forza dagli stereotipi     della commedia, delineando un genere di dramma sociale, particolare e non comune   per l’Italia, nuovo per lo stesso regista.

Virzì ci offre una lettura amara e desolata della nostra società occidentale parlando di denaro e di potere, ma soprattutto di giovani, di figli e dei loro genitori.  Il cast è composto da bravissimi attori italiani: Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni, Valeria Bruni, Valeria Golino e da una straordinaria giovane attrice, Matilde Gioli.

La storia è congegnata come un giallo: si cerca il responsabile dell’ investimento mortale di un giovane cameriere, che in una notte di inverno torna a casa in bicicletta.

Gli sguardi di tre personaggi, Dino, Carla, Serena, ci portano nel ventre della storia e     ogni racconto aggiunge un pezzo di (parziale e personale) verità fino allo scioglimento dell’enigma. La scelta narrativa e il meccanismo del giallo sostengono il concatenarsi degli eventi, drammatici, che investono e mandano in frantumi il senso della vita di tre ragazzi  giovanissimi, la stessa Serena, Massimiliano, Luca, protagonisti del film. E in effetti di una questione fra ragazzi si tratta. Accedi per continuare a leggere il post

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Philomena


Pubblicato da Daniela Regnicoli

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Regno Unito, Francia, Stati Uniti, 2013, Stephen Frears

Tratto da una storia vera, Philomena racconta della forzata adozione del figlio di una giovane irlandese, scacciata dalla famiglia perché incinta e rifugiata nel convento cattolico di Roscrae. Philomena è anche uno splendido film dalle atmosfere british e una sceneggiatura perfetta. Gli interpreti sono eccellenti e la storia è tanto vera quanto straordinaria.

È una pagina molto triste del cattolicesimo irlandese (già testimoniata dal film Magdalene) quella che fa da sfondo alla storia di Philomena  Lee, la protagonista del film, impersonata da Judi Dench, in una prova superba. Negli anni ’50 la cattolicissima Irlanda preferisce rinchiudere le proprie figlie nubili incinte, preferibilmente povere, in conventi dove – in balia di suore, officianti di un Dio vendicativo e ossessionato dai “peccati” della carne – le ragazze sono umiliate, punite per la loro colpa e costrette a lavorare duramente.

Non solo, i bambini, – sottratti con la minaccia e l’inganno alle proprie madri – sono    “venduti” a ricchi americani cattolici.

È questo il destino dell’amatissimo bambino di Philomena, Anthony. Accedi per continuare a leggere il post

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Rapporti in crisi…


Pubblicato da Enrico Parsi

Itis GalileoNel libro che contiene il DVD di un bello spettacolo di Marco Paolini, ITIS Galileo, l’attore svolge una interessante  riflessione sul pensiero, l’economia, il potere, la trasgressione, il teatro.

A un certo punto si legge:

Ogni tanto le idee invecchiano e ti accorgi che non bastano per il futuro, la chiamano crisi: che si fa? O eserciti un ragionevole dubbio su quello che pensavi o ti affidi ai maghi. Chi sono i maghi oggi? Quelli che leggono lo spread. Non c’è un solo modo di pensare, non c’è un solo modo di immaginare…

Trovo semplice e particolarmente rigorosa l’idea che un pensiero unico, in quanto tale, indipendentemente dal contenuto, sia trattabile come una forma di pensiero magico e non come un esempio di razionalità. Abbiamo dunque bisogno di una molteplicità di linguaggi, pensieri, approcci per poter esercitare la nostra umana e limitata razionalità. Razionalità che è tale quando ci lascia la consapevolezza che, ben che vada, la nostra comprensione dei fenomeni è sempre, sempre, sempre parziale. Ciò di cui avremmo bisogno invece è di dati comuni su cui esercitare le nostre fisiologiche e talvolta bizzarre differenze. Così mentre ci siamo nutriti per trent’anni circa di una sorta di pensiero unico, una sorta di mainstream ego-nomico che ha pervaso tutta la nostra vita, continuiamo a giocare con numeri, percentuali, proiezioni che spesso cambiano a seconda di chi li produce. Per parlare di crisi economica, infatti, possiamo attingere ai dati di Confindustria o a quelli della Cgil, ai dati di tizio e a quelli di caio. Naturalmente i dati veri saranno quelli che vengono dall’interlocutore ritenuto più credibile, autorevole e serio. Spesso quello per cui si tifa. A prescindere. Si tratta dunque di Rapporti che non parlano solo della crisi, ma in crisi essi stessi, non perché singolarmente falsi o poco rigorosi, ma perché parte di relazioni difficili, conflittuali, spesso guerresche. Come dice un interessante studio del Censis pubblicato qualche mese fa, siamo sommersi dai dati. Accedi per continuare a leggere il post

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La mafia uccide solo d’estate


Pubblicato da Daniela Regnicoli

La-mafia-uccide-solo-destate-poster-432x606La mafia uccide solo d’estate

Italia, 2013, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.

Gli avvenimenti della nostra storia recente, dall’uccisione del Commissario Boris Giuliano quella dei magistrati simbolo della lotta alla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, scandiscono le tappe della vita di Arturo, giovane palermitano.

Sono anche gli anni in cui la questione mafia si trasforma – ad opera di tanti siciliani onesti – da problema locale a grande tema nazionale e il distacco e l’opposizione alla cultura mafiosa diventano fenomeno di massa soprattutto tra i giovani e i giovanissimi.

E il giovane Arturo percorre tutto questo periodo (anni 70-90), esprimendo in maniera assolutamente originale e personale, la sua estraneità culturale (pre-politica direi) alla mafia.

L’amore per la coetanea Flora e l’ammirazione sconfinata per Andreotti, si proprio lui il divo Giulio, sono i punti di partenza della sua educazione sentimentale e politica..

Arturo non si occupa di politica ma la politica si occupa quotidianamente di lui (viene   da dire) e in una città come Palermo la politica è continuamente intrecciata alla mafia.

Gli occhi di un bambino, originale attento e curioso, ci guidano a scoprire quel periodo irripetibile di sangue e di speranza.

Così i morti ammazzati dalla mafia diventano, nella generale omertà, uomini che “sono morti perché’ ci amavano troppo le femmine” (e Arturo comincia a temere conseguenze fatali per il suo amore per Flora). Così la pasticceria dove compra per lei il suo dolce preferito, diventa improvvisamente un luogo di cui aver paura perché’ la mafia lì inaugurala stagione della strage degli uomini dello Stato, uccidendo il commissario Boris Giuliano. Accedi per continuare a leggere il post

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