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ALLEàTI PER COOPERARE


ALLEàTI PER COOPERARE

Scritto da Alessandra Gasperini e Luisa Pilo a conclusione del percorso “Cittadinanza Cooperativa”

La Cittadinanza possibile, ovvero il prologo

Stanno fiorendo, nel nostro Paese e altrove, modelli di sviluppo territoriale in cui il rapporto tra stato, imprese e persone non è quello del welfare state che storicamente conosciamo. Nelle socialdemocrazie europee lo Stato si è preso cura, per decenni dal dopoguerra, dell’ambiente e delle persone attraverso la spesa pubblica, mentre i privati, cittadini e imprese, pagavano le tasse. Il modello non è tramontato ma realtà differenti di cittadinanza possibile già convivono col mainstream.

Partiamo da un esempio. Nelle Marche, qualche anno fa, un’impresa si attiva per mettere in sicurezza 2 km dell’argine di un fiume che scorre lungo la fabbrica, regalando alla comunità un percorso pedonale bello e sicuro. È il caso del Gruppo Loccioni, leader nel mondo nel campo delle misurazioni industriali di precisione. Perché lo fa? Per un interesse privato? Per la pubblicità che ne deriva? Per amore della propria terra? Sicuramente in Loccioni non mancano le competenze interne per realizzare un’opera simile ma realizzarla davvero significa cogliere un’occasione per imparare. Altrettanto sicuramente non siamo davanti alla classica filantropia, poiché il rapporto col territorio, per il Gruppo, è una leva imprenditoriale fortissima. Loccioni è un’icona nelle Marche, un simbolo: realizza nel continuo progetti nelle scuole, favorisce lo spin-off di nuove imprese, insomma semina benessere e fa fiorire il business. Per dirne una, ad Expo Milano 2015, la Loccioni da sola ha rappresentato la regione Marche nel mondo.

Crediamo abbia senso interrogarsi sul funzionamento di un modello simile, al fine soprattutto di chiederci se le nostre Cooperative, con la rete imponente dei punti vendita e delle sezioni soci, con il prestito e le attività sociali, abbiano risolto, una volta per tutte, il tema di come rapportarsi virtuosamente col mondo. L’economia civile, è una frontiera reale di cambiamento?

L’economia civile si impara facendo

Dall’esempio alla teoria economica. L’economia civile è una scuola di pensiero economico che nasce in Italia ad opera di un gruppo di economisti. Luigino Bruni, Leonardo Becchetti e Stefano Zamagni sono i principali esponenti.

Che cosa teorizza? Che non esiste necessariamente un solo modello d’impresa, nel quale prima si fa business e poi si creano le condizioni per «restituire alla società» il valore sociale e ambientale che si è estratto, consumato. L’economia civile è un modello in cui tutto avviene contemporaneamente: la produzione di valore economico, il rafforzamento delle relazioni, la tutela dell’ambiente.

Un modello economico quindi che descrive l’operato del Gruppo Loccioni e di quella miriade di spaccati socio-imprenditoriali in cui gli attori coinvolti cooperano alla ricerca di relazioni inedite, guidati dallo spirito di risolvere i problemi e mettere a fuoco opportunità.

Prima di come si genera cooperazione

Come si genera la cooperazione? Ovvero a spasso nel dilemma del prigioniero

Una delle domande a cui l’economia civile ha provato a dare risposta è questa: come si genera la cooperazione nella società?

Per rispondere l’economista Luigino Bruni ha introdotto delle varianti alla teoria dei giochi, e in particolare al dilemma del prigioniero, una teoria che spiega le scelta strategiche e interconnesse delle persone, seguendo ipotesi di stampo neo liberista.

Per capire al meglio le modifiche apportate da Luigino Bruni è utile fare un passo indietro e partire proprio dalla spiegazione del dilemma del prigioniero. Mettetevi comodi perché la digressione non è breve.

Di che si tratta? Ai neofiti viene in aiuto una famosissima scena del film “A beautiful mind”, ispirato alla vita del matematico americano John Nash, Nobel per l’economia nel 1994.

Cosa è che non torna nel senso comune? Se ipotizziamo che il miglior risultato possibile in un contesto di relazioni, si ottenga attraverso la competizione, si scopre il paradosso delle dinamiche dominanti. Ci sono delle dinamiche in cui, se ognuno massimizza il proprio utile personale, tutti ottengono un risultato peggiore di quello che avrebbero ottenuto collaborando. A differenza di quello che si potrebbe pensare guardando la scena del film (e seguendo l’intuizione del protagonista, Russel Crow), l’equilibrio di Nash dà il nome, in matematica, proprio alla situazione in cui le persone scelgono di non cooperare. Una scelta che sembra inevitabile. Vediamo cosa dimostra Nash.

Perché la scelta di equilibrio è quella di non cooperare?

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Lo si dimostra con questo esempio di scuola. Anna e Bruno sono due spie che vengono catturate in campo nemico e messe in due celle separate, non comunicanti. Vengono date loro delle condizioni: se entrambi confessano prendono 5 anni di pena ciascuno, se nessuno dei due confessa prendono 3 anni di pena, se uno dei due confessa e l’altro no, chi confessa prende un anno e l’altro 8 anni. È chiaro che in questo gioco c’è un incentivo a confessare, tradendo quindi il compagno, per massimizzare il proprio vantaggio. Vediamo il tutto con gli occhi di Anna, che deve scegliere come comportarsi. Nella prima colonna: se Bruno confessa, ad Anna conviene confessare, per prendere 5 anni di carcere invece che 8; nella seconda colonna: se Bruno non confessa, ad Anna conviene comunque confessare, per prendere 1 anno di carcere invece che 3. Se guardiamo il gioco con gli occhi di Bruno, le scelte di quest’ultimo sono identiche, perché il gioco è speculare. Ecco che l’equilibrio di Nash corrisponde alla scelta di non cooperare.

Questo risultato sta nelle premesse: Anna e Bruno non possono cooperare, anche se la cooperazione rappresenterebbe un equilibrio più vantaggioso. La cooperazione non è contemplata, perché il modello sottostante la teoria dei giochi è quello dell’homo oeconomicus, in cui si ipotizza che ogni persona si comporti in modo da massimizzare sempre solo e soltanto il proprio vantaggio personale.

Molte sono state, nei decenni a seguire, le critiche mosse a una visione delle relazioni così disegnata. Ma la teoria dei giochi è ancora il modello da cui partire, anche al limite per confutarne i presupposti!

Una delle critiche recenti alla mancanza della cooperazione nei modelli economici è quella di Martin Nowak, professore di matematica e biologia statunitense e autore del libro «Super cooperatori».

Il testo è un “crescendo di cooperazione”, una lezione sull’emergenza della cooperazione nei sistemi sociali e in natura, frutto delle profonde conoscenze degli autori nel campo della teoria dei giochi e biologia.

Se il famoso dilemma del prigioniero, giocato solo una volta, pare premiare le soluzioni defezioniste, la storia della biologia non si riduce alla sola competizione. Il mondo animale ha sempre trovato nella cooperazione un motore evolutivo altrettanto potente: dai filamenti di batteri, in cui alcune cellule “si sacrificano” per nutrire le cellule vicine, fino al comportamento di alcune specie animali come le api e le formiche, l’altruismo e la collaborazione sono meccanismi che insieme alla selezione agiscono nel processo evolutivo. Fino ad arrivare alla specie più cooperativa, ai super cooperatori: gli uomini.

Affascinante. Ma qualcosa nell’analisi di Nowak non torna fino in fondo, in termini epistemologici. La scelta di cooperare per Nowak implica pagare un costo perché anche qualcun altro possa ricevere un beneficio. Spostarsi dalla migliore soluzione possibile a livello individuale ha un costo (il rinunciare a 1 anno di carcere per prenderne 3 in termini di pay-off), che si sostiene perché anche l’altro possa avere la possibilità di posizionarsi sulla soluzione migliore per entrambi.

Uscire dal dilemma: esistono diverse cornici di senso per la cooperazione?

Nell’interpretare Nowak ci viene in aiuto Adriano Zamperini, psicologo sociale, che fa notare come l’autore di “Supercooperatori” non esca mai nei suoi ragionamenti dal legame sociale implicito: l’individualità e la massimizzazione dell’interesse del singolo. Cooperare è un costo, perché nella mia visione del mondo prima vengo io e poi tutti gli altri!

L’individualità non è l’unica forma di legame, sostiene di contro il Prof. Zamperini. Il dilemma del prigioniero va capito bene, conosciuto, ma poi è saggio lasciarselo alla spalle. Perché in economia come nella vita se si cambiano le premesse, può cambiare tutto.

Riflettiamo su tre concetti-chiave

Cooperazione: quando ci si mette insieme per un fine comune che da solo non posso raggiungere

Comportamento pro-sociale: quando una persona si mette a servizio dell’altro gratuitamente, incondizionatamente

Stile cooperativo: è quello che abbiamo in mente quando diciamo di essere cooperatori! Avere uno stile cooperativo significa incoraggiare come modalità di vita, in una certa organizzazione, il mettersi insieme per fini comuni, non la competizione.

Tutti possono imparare uno stile cooperativo da un contesto che lo faciliti, lo incoraggi, lo premi – sostiene Zamperini.

La competizione è una narrazione che si può svelare; si può capire come nasce (cioè in un contesto competitivo come quello del dilemma del prigioniero) e che è una forma di legame, non l’unica possibile. Le cooperative possono creare dei contesti per riprogettare la socialità e incoraggiare lo stile cooperativo.

Fine del percorso a ritroso: la cooperazione esiste! Abbasso il dilemma del prigioniero! Ribellarsi si può. E Luigino Bruni ci ha provato. A seguire la teoria dei giochi modificata.

La teoria dei giochi rivista da Luigino Bruni: un nuovo spazio di senso

“Fin da Adam Smith gli economisti hanno compreso che l’economia porta sviluppo economico e umano quando riesce a far scattare qualche forma di cooperazione. Al tempo stesso, quegli stessi economisti hanno registrato la difficoltà che la scienza economica, fondata su di un paradigma individualistico, incontra quando cerca di spiegare la cooperazione spontanea (senza contratti vincolanti) tra le persone. In altre parole, la gente nella vita reale coopera molto di più rispetto a quanto dovrebbe fare se seguisse alla lettera le raccomandazioni dei teoremi della scienza economica.”

da “Serpenti e colombe. Per una teoria della reciprocità plurale e pluralista” di L. Bruni.

La rielaborazione che Luigino Bruni fa della teoria dei giochi è molto interessante perché spiega la cooperazione come un’opportunità economica e sociale e non solo come un comportamento etico e valoriale.

Partendo da questo assunto vediamo quali cambiamenti introduce Bruni alla elaborazione classica del dilemma del prigioniero. Come dire che o il dilemma lo si abbandona del tutto o lo si modifica come segue:

  • Se negli esempi, visti finora, si tratta di giochi a un turno solo, Bruni introduce la modalità di giochi ripetuti: l’azione che stiamo osservando si svolge più volte, si ripete
  • A “giocare” non è una sola tipologia di persona ma 3 diverse tipologie di persone/comportamenti che danno vita a 4 possibili strategie.

Su quest’ultimo punto è necessario approfondire.

Bruni ci presenta 3 forme di cooperazione, identificabili in 3 tipologie di persone ma più propriamente in 3 differenti modalità di comportamento che ciascuno di noi può agire in determinate situazioni.

Queste sono la cooperazione cauta, quella coraggiosa e quella gratuita. Ma esiste anche la non cooperazione ed è per questo che si parla di tre forme di cooperazione ma di quattro strategie.

Le interazioni tra loro, nella modalità di azioni ripetute, dà vita a diversi equilibri cooperativi. Per Bruni la cooperazione è una forma di reciprocità, ha a che fare con un rapporto che “va e viene”, seguendo l’etimologia latina della parola, è scambio, è interazione tra due o più soggetti.

Quali sono le caratteristiche di queste forme di cooperazione?

La cooperazione cauta è quella che si verifica sotto tutela delle parti attraverso un contratto. I cooperatori cauti non cooperano alla prima interazione ma solo dopo aver avuto prova della volontà di cooperare dell’altra parte. Si tratta di una forma di cooperazione molto evoluta, tipica delle società civili dove le leggi e i contratti garantiscono una prestazione equivalente tra le parti, tutelando i soggetti più deboli.

La cooperazione coraggiosa è tale perché esprime la sua tendenza a cooperare fin dalla prima interazione con l’altro, è coraggiosa perché assume il rischio di non essere corrisposta ma non è disposta a essere sfruttata. Nel caso in cui l’altra parte non cooperasse al primo turno di interazione, non vi sarebbe tendenza a cooperare al secondo turno da parte della cooperazione coraggiosa.

La cooperazione gratuita o incondizionale si verifica sempre, non è condizionata dall’interazione con l’altro, dalla risposta cooperativa o meno dell’altro. Per questo corre il forte rischio di essere sfruttata da chi non coopera. A dispetto del fatto che possa sembrare la forma di cooperazione più forte perché più pura, è invece estremamente debole.

Infine Bruni considera anche la non cooperazione, i non cooperatori, coloro che non cooperano mai.

Le interazioni tra queste forme di cooperazione e gli esiti cooperativi a cui portano sono raccontati nel video realizzato da Scuola Coop.

Quali sono gli aspetti innovativi della teoria di Bruni?

Sicuramente aver riconsiderato il contesto come luogo fisico e di relazioni in cui si sviluppano i nostri comportamenti e si costruisce la nostra visione del mondo, quindi anche il nostro essere più o meno propensi alla cooperazione.

Inoltre si nota come esista una gradualità di cooperazione (da C a G) poiché da C a B a G è crescente il livello di motivazione intrinseca a cooperare. Bruni la chiama Epsilon e questo è un altro elemento aggiuntivo della sua teoria poiché molte persone non si riconoscono nella rappresentazione umana della teoria dei giochi pura. Manca, secondo molti, tutto ciò che incide nei nostri comportamenti (cultura, sistema di valori, relazioni), Bruni in questo modo riconnette alla teoria la parte etica del comportamento.

Infine diventa evidente che la cooperazione incondizionale, la cooperazione in forma pura, da sola non ha molte chances di diffondersi e di orientare i contesti, ma ha bisogno di essere protetta. Chi la protegge? Proprio colui che generalmente non coopera per primo, cioè il cooperatore cauto.

Queste le suggestioni conclusive: Coop – cooperatore cauto, nella visione suggerita da Bruni – è in grado forse di proteggere forme di cooperazione sociale, più coraggiosamente valoriali? E le Cooperative di consumatori possono trarre nuova energia e linfa vitale dalla Cooperazione sociale?

Guardando più da vicino a ciò che accade intorno a noi possiamo vedere rappresentata nel rapporto tra Coop e Libera Terra proprio questa forma di alleanza tra la cooperazione cauta e gratuita, l’unico connubio in grado di far nascere e diffondere la cooperazione.

Ma anche, allargando un po’ la visuale, si trovano numerosi esempi di alleanze tra diversi, capaci di dar vita a soluzioni innovative e sostenibili sia dal punto di vista economico che sociale. Ne raccontiamo alcuni.

Alleàti per cooperare

A Piacenza è stata realizzata di recente una esperienza che ha avuto forte risonanza e che mette insieme bambini e anziani realizzando un asilo nido in una casa di riposo. È uno dei primi esempi in Europa, quello più famoso è stato realizzato a Seattle. Cosa c’è di straordinario in questo esempio, oltre l’aspetto umano che è chiaramente il primo? Che a incontrarsi non sono stati solo anziani e bambini ma per realizzare questo progetto hanno collaborato tra loro la pubblica amministrazione, il privato e le cooperative sociali. Qualcosa sta cambiando.

Del resto, è difficile oggi pensare al welfare come emanazione di uno stato centrale; ormai le soluzioni che si stanno sviluppando in diversi luoghi del nostro paese sono sempre uniche, irripetibili, valide per quel luogo lì. E dipendono dall’attivarsi dei Comuni, o di singole imprese (welfare aziendale) o delle comunità stesse che mettono insieme bisogni e opportunità che la comunità può offrire (es. servono gli asili nidi, nella comunità c’è una casa di riposo, si fa l’asilo nella casa di riposo).

Questo tipo di soluzioni non sono standard: cambiando i luoghi cambiano i valori prodotti. Non sono delocalizzabili, sono territorializzate.

Pensiamo in questo senso ai limiti del welfare aziendale. Se un’impresa interpreta la propria dimensione sociale solo con il welfare aziendale crea una ulteriore frattura all’interno della società tra chi è incluso e chi è escluso (dualismo sociale). Se invece il proprio stare sul territorio è interpretato come una apertura verso altri soggetti, associazioni e istituzioni del territorio, allora si innesca un meccanismo virtuoso chiamato di sussidiarietà circolare. E il welfare diventa civile. È l’esempio degli asili nido aziendali aperti alla comunità.

Coop può essere attore di alleanze in cui si crea benessere per una comunità, reale o virtuale che sia.

Esempi e campi di applicazione di questo tipo di legame con il mondo sono tanti.

Le alleanze possibili. Dopo tanta teoria come orientarci all’azione?

Alcuni esempi ci vengono incontro per rispondere a questa domanda.

Il primo è quello delle imprese ibride. Cosa sono?

Paolo Venturi, direttore di Aiccon, il centro studi sull’economia sociale e la cooperazione, e Flaviano Zandonai, Ricercatore di Euricse, istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa, studiano queste forme d’impresa in Italia.

L’impresa ibrida è quella terra di mezzo tra profit e non profit che nasce in alcuni settori per far fronte ai bisogni delle comunità generando attività sostenibili (economicamente, socialmente, ambientalmente).

La scopriamo attraverso una intervista a Paolo Venturi, realizzata da Il sole 24 ore a fine 2016, che presenta una iniziativa della fondazione Accenture (quindi un certo tipo di visione economica) e attraverso una intervista a Johnny Dotti (imprenditore sociale vicino all’economia civile e cooperatore).

Johnny Dotti “Welfare sociale”, intervista integrale

Le Cooperative di Comunità

Le cooperative di comunità sono costituite da cittadini che si mettono insieme per fornire alla comunità stessa i beni di cui ha bisogno. Spesso le coop di comunità nascono nei piccoli paesi dell’entroterra o montani a rischio spopolamento. Altre volte nascono nei quartieri popolari delle grandi città affinché chi ci vive possa offrire servizi ai “vicini di casa”, in modo da migliorare le condizioni di vita complessive e generare reddito per qualcuno. Facciamo un esempio, per rendere tutto più semplice, quello della cooperativa di comunità di Monticchiello.

Siamo in val d’Orcia, tra Montepulciano e Pienza. Un paese di duecento anime, tra le quali qualche decina di badanti. Il paese è mal collegato agli altri, non è di passaggio, bisogna proprio che un turista sia determinato ad arrivarci. Da 50 anni il Paese si inventa una stagione teatrale estiva: per due mesi tutto il paese va in scena con un teatro realizzato per strada. Più di recente, con il progressivo invecchiamento della popolazione, il paese decide di costituire una cooperativa.

Monticchiello-10

Aprono un museo del teatro povero con tutte le scenografie e gli abiti di scena che producono anno dopo anno. Il teatro povero comincia a attirare istallazioni di arte contemporanea. Accanto al museo la cooperativa apre un’edicola, un desk per le info turistiche e un corner per la distribuzione dei farmaci. Che sono i farmaci previsti nelle terapie che gli anziani abitanti stanno seguendo e che la cooperativa non dimentica mai di far trovare. Nel raggio di 10 km ci sono tre supermercati Coop… nessun servizio per il momento a Monticchiello. Siamo fiduciosi!

La sharing economy

Un altro esempio ancora ci arriva dalla sharing economy.

Abbiamo incontrato Trebor Scholz a Scuola Coop in occasione del seminario in cui ci siamo chiesti “l’economia collaborativa è cooperazione?” e il suo contributo è stato fondamentale per aiutarci a comprendere meglio le potenzialità di un nuovo modo di fare economia di scambio.

Scholz, professore alla New School di New York, è portavoce del movimento chiamato Platform cooperativism che si pone l’obiettivo di cambiare gli equilibri tra proprietà e lavoro nell’ambito delle economie di piattaforma.

Se prendiamo uno tra gli esempi più noti, Airbnb, il fondatore lavora facendo il proprio interesse di proprietario della piattaforma digitale, favorendo un interesse diffuso dei proprietari delle case, mettendo a frutto il desiderio delle persone di stabilire relazioni (ospitando persone a casa propria e mettendole a proprio agio). In tutte queste situazioni di reciprocità l’interesse della piattaforma è senz’altro prevalente. Per ogni transazione il 15% viene trattenuto.

Cosa succederebbe se i detentori della piattaforma fossero i cittadini? Potrebbero reinvestire gli utili a vantaggio della comunità e potrebbero determinare come si evolverà domani una attività come quella degli affitti a breve negli appartamenti privati.

Ecco questo è uno degli obiettivi del platform cooperativism: sviluppare la cooperazione a tutto vantaggio delle comunità e smascherare le brutte copie di cooperazione.

Pur partiti da una posizione molto critica come quella di Scholz, che si riferisce ai fenomeni di sharing economy parlando di economia estrattiva di valore, è interessante anche considerare un punto vista più neutro sulla sharing economy.

È la posizione di Ivana Pais, docente di sociologia economica alla Cattolica di Milano, esperta di sharing economy e in particolare di crowdfunding, che ci invita a considerare il fatto che non esiste una sharing buona e una cattiva perché i criteri di definizione di ciò che è sharing economy non sono etici ma funzionali all’identificazione dei relativi modelli di integrazione tra economia e società.

Con tale premessa ci aiuta a districarci nell’ambito dei nuovi modelli d’impresa, individuando due modelli principali che, con la traduzione del termine sharing in italiano, diventano più chiari:

  • Collaborazione come forma ibrida tra mercato e reciprocità (si abilitano scambi di beni e servizi tra persone che pur non avendo legami si fidano tramite meccanismi reputazionali, esempio è Airbnb)
  • Condivisione come forma ibrida tra reciprocità e redistribuzione in comunità aperte (esempio dei software open source, ma anche del platform cooperativism)

È in questo secondo filone che si stanno sviluppando molte esperienze in Italia, manifestando una vocazione territoriale legata all’innovazione sociale e culturale.

Se la domanda che ci accompagna fin dall’inizio è “Quali spazi ci siano per nuove forme di cooperazione?”, questo è senz’altro un alveo naturale.

Workers buyout

Infine un ultimo esempio che ci parla ancora di alleanze: il fenomeno degli workers buyout.

L’ultimo esempio che vi facciamo è una storia che nasce in seno a Coop. I workers buyout sono i lavoratori che, quando l’azienda per cui lavorano va in crisi e rischia la chiusura, decidono di rilevarla costituendosi come cooperativa di lavoratori. In Italia i casi non sono tantissimi, ma il loro valore non è misurabile tanto dal punto di vista della massa quanto da quello del peso: sono storie paradigmatiche e simboliche di cosa significhi fare innovazione organizzativa.

Molte di queste esperienze nascono grazie al supporto di Coop Fond, fondo per il sostegno allo sviluppo della cooperazione e delle imprese cooperative.

In Sicilia anni fa esistevano due Cooperative di consumatori Coop I maggio e Coop XV Aprile. Negli anni della crisi queste Cooperative iniziano a soffrire e si costituisce, con l’alleanza di alcune grandi Cooperative, la nuova SuperCoop Sicilia che rileva delle vecchie Coop i punti vendita ancora capaci di produrre reddito. Le logiche adottate da SuperCoop Sicilia sono, ovviamente, le logiche di una grande struttura che tenta di risanare la situazione facendo economie di scala. Ma la situazione è molto compromessa e la chiusura sembra essere il destino anche per i negozi di Scicli e Pozzallo. I lavoratori non sono disposti a perdere il proprio posto di lavoro e decidono di costituirsi cooperativa per rilevare i due punti vendita. Parliamo di 20 persone, di 300 mila euro di capitale sociale di partenza e anche di un rapporto con Coop che si chiude in modo doloroso ma senza traumi, tanto che Coop regala ai lavoratori i negozi con tutte le attrezzature e l’assortimento presente al momento. Si riparte e si riparte dal territorio: dall’offrire di nuovo ai clienti i servizi di un tempo come il banco della macelleria servito, davanti al quale c’è di nuovo la fila. Gli utili sono tornati, la strada è lunga ma, come ci ha detto il Presidente di questa Cooperativa, «l’importante è non percorrerla da soli».

“Chi fa da solo, non ha capito nulla” sostengono in Loccioni e queste storie ne sono al tempo stesso viva testimonianza ed esempio.

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Platform cooperativism, ovvero la cooperazione domani


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Qualche giorno fa, il 28 settembre, si è parlato di Cooperazione a Milano, in un contesto stimolante, che ha messo in relazione cooperatori di nuova generazione e di più ampia esperienza, studiosi, e una folta platea di entusiasti, tra cui la sottoscritta.
L’occasione è stata quella dell’incontro “Cooperare, includere, innovare. Le regole del gioco del platform cooperativism”, promosso tra gli altri da Comune di Milano e Fondazione Ivano Barberini. Ospite d’eccezione Trebor Sholtz, docente della New School di New York, fondatore del movimento Platform Co-op. 
Cosa è il platform cooperativism? Non un tema nuovo per Scuola Coop. Ce ne siamo occupati nel giugno 2016, invitando proprio Trebor Sholtz e altri studiosi ed esperti di piattaforme collaborative in Italia. Raccontiamo qui la giornata a Scuola Coop.
In sintesi, il legame tra il platform e il cooperativism funziona così. Leggi il seguito

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Un’economia possibile


noi-le-coop-rosseScuola Coop ha organizzato  la giornata “Noi le Coop Rosse. Next stop” per parlare di economia. Il volano che ci ha spinto a pensare a questo incontro è stata la pubblicazione di Noi, le Coop rosse, tra supermercati e riforme mancate, il libro di Vincenzo Tassinari, ex presidente di Coop Italia, scritto in collaborazione con Dario Guidi.

Noi le Coop rosse è in primo luogo il racconto di un cooperatore. Un uomo che, come presidente di Coop Italia, ha vissuto in prima persona tutti i passaggi che hanno fatto diventare “grande” la distribuzione moderna. Vincenzo Tassinari è stato ospite a Scuola Coop per presentare il libro e per parlare di quegli anni, ma anche di come vede il futuro di Coop e dell’economia che ci circonda.

Assieme a lui sono intervenuti Enrico Parsi, direttore di Scuola Coop, e Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata. Enrico Parsi ha sottolineato le differenze neoliberismo e Cooperazione, modelli sì economici, ma che disegnano anche le nostre società e definiscono il nostro modo di intendere e fare impresa. Leonardo Becchetti ci ha parlato di Economia Civile. Un appellativo all’apparenza semplice, ma ricco di significati.

I tre relatori hanno parlato non di economia, ma di economie. Economie possibili, diverse da quella che viviamo tutti i giorni e che troppo spesso percepiamo come unica alternativa.

I video della giornata sono disponibili sul nostro canale Youtube.

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120 anni portati bene


Pubblicato da Enrico Parsi

InsiemeNel film “Braveheart. Cuore impavido” il protagonista, durante una esercitazione militare si scontra con un suo compagno fisicamente molto più grosso di lui. Quest’ultimo gli lancia addosso un pietrone che lui lascia rotolare impassibile ai sui piedi per poi dargli una sonora legnata e una lezione: ricordati che non basta la forza, bisogna avere anche il cervello!

Questa scena mi è venuta in mente partecipando qualche giorno fa ad una bella giornata di festa tra Andalo e San Lorenzo in Banale, sulle Dolomiti del Brenta, dove sobriamente si festeggiava il 120° anno di vita della Famiglia Cooperativa del Brenta.

Ma a noi di Scuola Coop era già venuto in mente negli scorsi anni, frequentando la realtà delle cosiddette “Piccole e Medie Cooperative”, di come ci sia il rischio di confondere, cosa che spesso accade in vari ambiti della nostra vita, la qualità con la quantità, l’essere grossi con l’essere grandi, l’essere piccoli con l’essere minori o marginali. Anche perché chi lavora nelle “piccole”, percependosi meno importante, può essere portato a imitare i “grossi” nel tentativo di diventare grande.

Il concetto di quantità o di grandezza fisica è un concetto relativo per definizione. La Coop, di fronte a certi colossi della GdO è, dal punto di vista delle dimensioni, uno sgorbietto. Mentre la sua è una storia grande. Così come sono grandi le ragioni che l’hanno fatta nascere e la tengono in vita. Accedi per continuare a leggere il post

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SuperCooperatori


Pubblicato da Stefano Ferrata

Per me Super Cooperatori di Martin Nowak è un capolavoro assoluto della divulgazione scientifica. Siamo ai livelli per intenderci de “La  Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche” di Kuhn.

Ovvio che sono un po’ di parte se un libro si intitola Super Cooperatori.

Fatta la tara rimane comunque “tanta roba!”.

Parto con qualche nota sull’autore. Un tizio austriaco che oggi insegna ad Harvard (ancora molto giovane… lo dico perché è mio coetaneo), i cui interessi e risultati scientifici lo fanno assomigliare più ad un genio del rinascimento che allo stereotipo dello scienziato moderno, molto specializzato ma poco olistico. Nel suo curriculum, alla voce interessi disciplinari (con connesse centinaia di pubblicazioni) appaiono:

Somatic evolution of cancer, genetic instability – Molecularly targeted anti-cancer therapy – Infectious diseases, immunology, virus dynamics – Quasispecies theory – Genetic redundancy – Evolutionary game theory – Adaptive dynamics – Finite populations – Evolutionary graph theory – Evolution of language – Cooperation, fairness, reputation – Indirect reciprocity – Group selection – Experimental games – Origin of evolution, prelife

Insomma è un matematico, biologo che però ha ottenuto risultati in medicina, economia, sociologia, linguistica e forse anche nel Basket!

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Come si dice in arabo e cinese “Socio Coop”?


Pubblicato da Valter Molinaro, Coop Lombardia

Partiamo dai valori della cooperazione di consumo con un libretto multilingue che contiene lo Statuto, la Carta dei Valori e il Codice Etico di Coop Lombardia

Gli stranieri in Italia sono una presenza sempre più rilevante, una nuova popolazione con le ricchezze ed i problemi conseguenti alla trasformazione di una società aperta e sempre più multietnica e multiculturale.

A dispetto di chi ha sostenuto a lungo la teoria del carattere temporaneo dell’immigrazione, sempre più chi viene in Italia vi porta la propria famiglia e pur mantenendo le radici con i propri paesi d’origine, si stabilisce in maniera definitiva.

L’evoluzione demografica che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi anni è il risultato di un insieme diversificato di tendenze, alcune pluridecennali e altre più recenti.

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Sulla cooperazione e il suo futuro…


Certo, il momento è difficile. Lo è per molti, nel mondo e nel nostro paese. Ed è difficile anche per Coop, come impresa e come insieme di persone che la abitano.

Ma c’è anche una difficoltà di altro tipo che potremmo definire la “difficoltà di essere in difficoltà”.

Cosa a cui non siamo abituati.

Per anni ci siamo nutriti di parole eroiche che dipingevano i ruoli di responsabilità come capaci di tutto: di guardare al futuro, di motivare e auto motivarsi, di crescere e crescere e crescere, di risolvere tutti i problemi con iniezioni di tenacia, volontà e metodiche manageriali. Come se una volta entrati in questi ruoli si fosse automaticamente separati da una vita fatta anche di difficoltà, errori, smarrimenti, insuccessi, limiti. Un approccio al lavoro, all’impegno, all’organizzazione, alle relazioni umane, che ora appare nella sua fragilità, traballante e inadeguato. Motivo in più per affermare che la crisi non è solo una questione di conti a posto.

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Alle origini della cooperazione


Dal 31 ottobre al 2 novembre si è tenuto a Manchester il Cooperatives United, l’evento conclusivo dell’Anno Internazionale delle Cooperative: una tre giorni di incontri, workshop, laboratori a cui hanno preso parte migliaia di cooperatori da tutto il mondo. Un’intera città in festa per accogliere i nuovi pionieri, gli eredi dei tessitori di Rochdale che nel lontano 1844, nelle vicinanze di Manchester fondarono la prima cooperativa. Cettosettantuno imprese cooperative grandi, medie e piccole in rappresentanza di molti settori produttivi: distribuzione, agricoltura, finanza, assicurazioni, educazione, università, editoria, energie rinnovabili, comunicazione e web.

I giorni trascorsi al Cooperatives United, sono stati ricchi di incontri ed  emozioni, di quelle che nascono dalla “pancia” ma anche di quelle che scaturiscono dal pensiero.

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Cooperazione e competizione: la metafora del riciclo


I progetti e le fasi di lavoro non routinario assumono sempre maggiore
importanza nei ruoli di tutti e ci portano ad esplorare abiti mentali
e comportamenti nuovi, sui quali è interessante fermarsi a riflettere.
Quello che proponiamo è un percorso sull’innovazione, che metta a
fuoco i temi dell’interdipendenza e del fare rete, a favore di una progettualità
comune.
Per una giornata e mezzo le persone si cimenteranno – in piccoli
gruppi – nella costruzione di oggetti di uso quotidiano a partire da
materiali di riciclo. Il laboratorio permette di sperimentare la negoziazione
tra persone e tra gruppi, le componenti concettuali e pratiche
dell’innovazione, la messa in rete concreta delle capacità personali.
Particolarmente interessante sarà la sperimentazione di dinamiche
contemporaneamente cooperative e competitive, che permettono di
tenere insieme obiettivi di funzione (o sottogruppo) e obiettivi complessivi,
comuni a più parti.
Destinatari
Tutte le funzioni aziendali
Durata
2 giorni
Docenza
Zeranta Edutainment

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Che direbbe Giambattista Vico di queste Coop?


Pubblicato da Stefano Ferrata, Scuola Coop

Piccola premessa iniziale: c’è una sorta di regola aurea quando si usano concetti a slogan che caratterizzano il pensiero di qualche grande personaggio del passato.
La regola più o meno si può sintetizzare nel fatto che tra la volgarizzazione del pensiero è l’originalità del pensatore c’è un rapporto più che flebile.

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