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4a Serie Speciale – Contest a Scuola Coop del 11/11/2017


gruppo

Comunicazione delle otto idee selezionate per diventare i progetti della Quarta edizione del Contest di Scuola Coop.

Oh finalmente la Gazzetta Ufficiale ci ha dato il via libera possiamo parlarne!!

Al termine di due percorsi diversi di votazione, quello popolare dei partecipanti stessi e quello della giuria dirigenziale, abbiamo gli otto concept del contest.

Ora dite la verità quando andate a trovare i vostri amici neogenitori vi sperticate in complimenti che risultano, se presi alla lettera, un pochino debordanti rispetto alla realtà: “ma che bellissimo bambino tutto suo papà ( che di bello ha giusto il garage con gli attrezzi)” “guarda che dolce ‘sta bimba tutta sua mamma (nota per la verità ai più come tendenzialmente acida)” ecc… ma perché le parole in quel contesto vogliono solo esprimere la felicità, quella reale, per una nuova meravigliosa, faticosa, uguale a tutte e diversa da tutte avventura che si è messa in moto.

Ecco dire ora che le otto idee del Contest sono bellissime, che attraverso loro si possa leggere in nuce il futuro di una Coop più bella, più viva, più vicina ai desideri dei suoi soci assume un po’ lo stesso valore: siamo felici di averle e siamo pronti e vogliosi di farle crescere, lievitare, arricchirsi fino a diventare davvero, come le 29 che l’hanno precedute, una base possibile per la Coop a cui vorremo bene.

Intanto per rimanere nell’esempio neonatale c’è una grossa sorpresa, non prevedibile statisticamente: 8 fiocchi rosa. Sono infatti tutte colleghe le proponenti dei concept selezionati: qualcosa vorrà pur dire, ma io non lo voglio dire. Fate voi! Per completezza dell’informazione tra i 61 partecipanti 24 maschi ci sono, meno della metà ma non trascurabile come percentuale.

Cosa propongono questi concept? Il testo completo ve lo alleghiamo nel file (in fondo alla pagina), per farla breve le prime parole chiave dei progetti che verranno: mamme e bambini (!), legalità, social networks, salute, formazione, tecnologia, sfuso, Coop, Coop, Coop… e ancora Coop!

A fine Novembre avremo i gruppi e comincerà davvero quel percorso così peculiare, che senza neanche chiederlo porta tutti a dare il meglio di sé per far sì che quell’esserino, diciamoci la verità a volte un po’ “sgorbio”, possa diventare quel … che noi tutti ci aspettiamo. Accedi per continuare a leggere il post

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Coop Contest come Impresa


Il Contest come impresa

Agitiamoci, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizziamoci, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza. Studiamo, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

Liberamente ispirato alle parole di Antonio Gramsci.

Introduzione

Sembra che si sia tutti inseriti in una società fatta di luoghi autoreferenziali, separati e impermeabili.

Mitizziamo la “contaminazione”, ma costruiamo organizzazioni (dal condominio agli spazi urbani, dalle scuole ai centri commerciali), che separano e individualizzano le persone lasciandole sempre più sole. Solitudine palpabile anche nei luoghi lavoro, a tutti i livelli.

Saranno gli stili di vita, personali e professionali; sarà che da Margaret Thatcher in poi ci immaginiamo solo come individui facendo finta che i legami sociali non esistano o siano irrilevanti; sarà che tutto è diventato emergenza per cui si finisce per cercare la produttività senza fermarsi mai a riflettere e quindi continuando ad usare gli stessi criteri che hanno determinato i problemi; ma sta di fatto che a volte si ha la sensazione che l’esperienza non conti più, che sia diventata zavorra. Un’esperienza che diventa solo privata (dal verbo “privare”), che assume rilevanza e si propone autoritariamente come modello spesso solo in funzione della posizione sociale di chi la esprime. Un approccio privo di umiltà che rende l’esperienza non “saggezza”, ma una specie di coazione a ripetere: si fanno sempre le stesse cose, si usano sempre gli stessi linguaggi, si pensa utilizzando gli stessi criteri di sempre anche quando palesemente superati e tutto questo sempre con e tra le stesse persone. Una ripetizione sorda, disconnessa, che in altri luoghi che non siano quelli della politica e dell’impresa, sarebbe chiaro segno di disagio e patologia organizzativa e che invece non viene rilevata dai più come pericolo.

Le nostre organizzazioni cooperative possono vantare più di una diversità da questa diffusa realtà, ma sono anche lo specchio del paese. E corrono il rischio di oscillare tra due trappole: la tentazione di marcare una differenza autoincensandosi, o al contrario, come purtroppo a volte succede, nel pensarsi inferiori ad altre tipologie di impresa. Mentre sarebbe oltremodo utile cercare di comprendere come Coop costruisce la società di cui fa parte. Quali sono i contributi che le Coop offrono per migliorare la società e il nostro Paese e quanto invece colludono e contribuiscono a rafforzare i problemi sociali, economici, culturali e politici del presente.

È l’eterna questione del cambiamento. Parola vacua, ma portata a spasso con disinvoltura, come oggetto da esibire talvolta per non fare brutta figura in società. Un po’ come le pellicce che un tempo indossavano le nostre madri: esibite per far vedere o far credere uno status sociale a cui si aspirava.

Chi mai infatti se la sentirebbe di dire che è contrario al cambiamento?

Eppure il cambiamento è praticato saltuariamente, al di là di molte apparenze. Spesso ostacolato con modi sottili o violenti a tutti i livelli. A volte anche quando sembrerebbe positivo. E quando si parla di cambiamento, in ogni caso, sarebbe utile, proprio per uscire dalla vacuità della parola, definire meglio quali sono le cose che dovremmo cambiare e quali invece quelle che proprio non vanno toccate, per non snaturarsi e non morire.

Coop, come qualsiasi altra impresa e organizzazione, dalla grande industria all’associazione di volontariato, non è avulsa dal contesto politico e sociale del paese. E in questo paese i problemi di governo, di tenuta imprenditoriale e di risposta sociale sembrano essere affrontati oggi dai gruppi dirigenti con criteri inadeguati. Molti di questi dirigenti, anche in casa nostra, ne sono consapevoli e lo affermano in prima persona. Ma si stenta a vedere un’azione coerente per invertire la rotta.

E forse il problema vero ormai è che ad alti livelli, soprattutto in politica, ma anche nel mondo delle imprese, qualsiasi cosa accada non si rischia nulla. Qualsiasi cosa cambi in peggio, non cambia mai la vita dei vertici.

Coop Contest

Da 4 anni Scuola Coop realizza un progetto che rappresenta il corto circuito positivo di una serie di idee praticate nel corso degli ultimi anni.

Ma cosa c’entra il Coop Contest con tutto ciò che abbiamo affermato prima? C’entra, perché questo progetto che dura un arco temporale tra i sei e i nove mesi, coinvolge e mette in azione una pluralità di soggetti che normalmente interagiscono, o dovrebbero interagire, nelle cooperative. Detto meglio: se immaginiamo il Contest come una impresa (in questo caso temporanea) vedremo una ampia comunità cooperativa (circa 120, 150 persone a progetto coinvolte direttamente e indirettamente), che nel rispetto dei ruoli e delle diverse professionalità collabora e condivide il raggiungimento di alcuni obiettivi e lo fa con la soddisfazione di tutti gli attori in gioco: dai lavoratori che lo hanno frequentato, ai dirigenti che hanno composto la giuria; da chi in Scuola Coop lo ha progettato e sperimentato, ai colleghi delle e nelle cooperative che hanno seguito i lavori dei gruppi; dai fornitori ai consulenti (pochi) che vi hanno preso parte.

Passando per i colleghi che nelle cooperative hanno contribuito al lavoro dei partecipanti fornendo dati, supporto, suggerimenti.

Questa soddisfazione generale, raramente presente nelle organizzazioni lavorative ci interroga con qualche domanda niente affatto utopica: è possibile concepire i luoghi di lavoro come orientati contemporaneamente agli obiettivi economici e al benessere delle persone che ci lavorano? Noi pensiamo di si. E proponiamo, con un esercizio di immaginazione, di concepire il Coop Contest come un algoritmo in grado di produrre azioni positive nelle organizzazioni, nel modo di concepire il lavoro, nell’idea che abbiamo di motivazione, nel ruolo e nel rapporto tra i dirigenti e tra loro e l’intera organizzazione. Proponiamo di guardare a questa esperienza collettiva come una occasione per rivisitare la formazione e l’apprendimento riflettendo sul fatto che ancora oggi sembra prevalere tra i non addetti ai lavori un armamentario concettuale che risale spesso al ‘600 di Cartesio o al ‘700 illuminista.

Una idea di formazione come trasferimento lineare da una testa all’altra delle cose da sapere o di comportamenti da adottare.

In realtà questo modo diverso di concepire impresa e formazione è già presente nelle pratiche e nei comportamenti di una parte del mondo imprenditoriale, oscurato purtroppo, dal potere anche accademico, del mainstream corrente, che vede il successo di un ceto imprenditoriale educato dalla frequentazione di Business School di dubbio valore e dal conformismo che accompagna spesso il successo di chi si arricchisce, e che talvolta a ben vedere, non dovremmo nemmeno chiamare imprenditore, ma semmai speculatore.

Questo modo di concepire impresa e formazione è presente nel Contest e in tante esperienze delle nostre cooperative, ma si stenta a comprendere che si tratta di un nuovo modello che richiederebbe una riflessione articolata. Dovremmo guardare queste esperienze non come un episodio, o come un luogo protetto, autoreferenziale e impermeabile, che funziona come un altro mondo, perché si sa “… la teoria va bene, ma poi… la realtà…”. Dovremmo capire meglio cosa ci insegnano, cosa ci possono suggerire queste attività anche per auspicabili cambiamenti organizzativi.

In questo progetto, infatti, come in progetti che le singole cooperative producono quotidianamente e che segnalano una discontinuità rispetto a processi omologati, si armonizzano ingredienti che hanno un valore più ampio. Nei prossimi paragrafi, sinteticamente, faremo emergere i suggerimenti che ci arrivano da questa esperienza che vorremmo uscisse dalla sua potenziale riserva indiana.

Gli ingredienti

Giovani e “vecchi”. Coop contest ha dato la parola a persone che anagraficamente sono sotto i 35 anni. Esistono nelle nostre imprese possibilità concrete di dare la parola alle persone non tanto in funzione di procedure e singole attività, ma come processo quotidiano? Le nostre organizzazioni facilitano l’emergere di opinioni, idee, suggerimenti e progetti da parte di chi, proprio non avendo ancora una lunga anzianità di servizio, si può permettere pensieri fuori schema che sono la base per l’innovazione?

Da un punto di vista più generale, in una epoca di “rottamatori” e talvolta di incompetenza a prescindere dall’età, nel Contest abbiamo osservato giovani che nei comportamenti e nei contenuti dimostravano che il divario generazionale non deve essere necessariamente concepito come conflitto o divisione. Che si può lavorare insieme e che la competenza, la professionalità e la passione sono apprezzatissime e un modello a cui fare riferimento.

Quanto e come nelle cooperative questo confronto è possibile e favorito in modo strutturale e non episodico?

Ruoli. Con il Coop Contest si è data parola a persone che non hanno ruoli apicali. Mostrando come sia possibile far emergere saperi, attivare intelligenze e passioni senza che la struttura gerarchica sia un limite e una gabbia che schiaccia la motivazione e le buone relazioni interpersonali e interprofessionali. Cosa si potrebbe fare nelle nostre imprese per salvaguardare il ruolo e l’autorevolezza dei dirigenti senza mortificare il potenziale di chi non tanto “lavora in Coop”, ma è e vuole essere la Coop? In questo progetto le differenze di ruolo hanno mantenuto intatte le proprie prerogative (anzianità, esperienza, possibilità decisionale) senza che diventassero ostacolo alla produzione di idee e progetti e senza che le persone che non hanno ruoli di elevata responsabilità si sentissero “irrilevanti”. Perché questa possibilità non è la norma nelle organizzazioni nonostante esperienze di questa rilevanza provengano anche dalla storia delle imprese di capitale più illuminate?

Saperi. Idee. Più o meno nuove, ma idee. Processi di confronto che alla fine le trasformano, integrano e selezionano. Un potenziale di interventi che dal punto di vista delle possibili soluzioni ai problemi, che quotidianamente ci troviamo ad affrontare supera di gran lunga, anche solo quantitativamente, le possibilità di soluzione offerte dalle più blasonate società di consulenza, che necessariamente colludono con lo status quo pur di mantenere nel tempo un rapporto con la committenza vantaggioso per loro. Se guadagno con le medicine posso anche non cercare di far guarire il paziente, ma di lasciare nel tempo la malattia a uno stato accettabile da manutenere continuamente. Possibile che nell’epoca di internet e dei social network le nostre strutture non riescano a immaginare di utilizzare di più e meglio questo potenziale?  Quanti sono i lavoratori Coop? Ci possiamo rendere conto che delle loro potenzialità non sappiamo niente, forse anche grazie a sistemi valutativi che presi da soli assomigliano a un paio di occhiali scuri indossati in giornate di tempesta? É legittimo porsi la domanda se i nostri modelli organizzativi e le nostre abitudini interpretative siano le migliori possibili o se non siano parte dei problemi che incontriamo quotidianamente?

Formazione e apprendimento. Sono due cose diverse. Il contesto è stato un contesto di apprendimento per tutti, all’interno del quale però ci sono stati momenti di formazione finalizzati ad acquisire conoscenze tecnico professionali. É stato un contesto di apprendimento per tutti: per i partecipanti, per chi di Scuola Coop ha lavorato a un progetto su cui si misurava per la prima volta, e che ad ogni edizione propone imprevisti e novità. Rischiando un po’ la faccia e vantando non solo una professionalità acquisita ma anche incertezze vissute come impegno. Non come ostacoli fastidiosi, ma come cose che fanno parte del gioco.

Per i giurati, dirigenti apicali e di diverse funzioni, che si sono trovati ad affrontare discussioni con criteri diversi dal loro ordinario, in un luogo non abituale che richiedeva modi di stare insieme che non sembrano essere la consuetudine.

Per i colleghi del Comitato Didattico e soprattutto per coloro che hanno seguito come tutor in passato i lavori dei gruppi, partecipando a una esperienza nella quale, con i loro tempi e nel rispetto dei loro impegni, sono stati protagonisti e non “giudici” separati.

Per i “fornitori”, che hanno trovato un ambiente che rendeva la loro presenza una occasione formidabile di piacere e di valorizzazione di esperienze imprenditoriali reali, tramite le quali veicolare il senso di un mondo valoriale che non è scritto su un documento ingiallito, ma si sperimenta nelle pratiche, nei successi, nelle fatiche e negli errori.

Consulenza q.b. Sotto capitolo della formazione. Un uso della consulenza “quanto basta”. Quella necessaria per fare bene il proprio lavoro unitamente alla possibilità di confrontarsi con colleghi di cooperativa più esperti. Una formazione finalizzata. Serviva a scrivere un progetto, a capire le connessioni tra aspetti diversi di un progetto o di una realtà organizzativa complessa e a tradurle in un piano economico. Una formazione qb che non si  esauriva in sé.  Ecco allora un ulteriore suggerimento non solo per noi formatori, ma anche per tutti quei dirigenti che spesso rivolgono ai formatori domande inadeguate perché frutto di concezioni ormai vecchie, ma non superate: potremmo riflettere sulla differenza tra attività di formazione e creazione di contesti di apprendimento all’interno delle nostre organizzazioni? Potremmo  immaginare che questa riflessione possa portare più risultati condivisi e forse con costi ridotti?

Distanza. I disegni organizzativi, con le loro procedure e i loro confini, a volte fisici, a volte impalpabili e in questo caso anche più difficili da considerare, implicano una trama di distanze relazionali. Il contest non ha abolito la distanza, ma l’ha trattata con maggiore equilibrio. Scuola Coop ha avuto un rapporto caldo ed empatico con i partecipanti, ma il loro ruolo e la loro professionalità erano puntuali e definiti. I dirigenti della giuria, in tutte le edizioni, non hanno smesso un secondo di fare i dirigenti, ma le discussioni che si sono verificate con i partecipanti durante la presentazione dei progetti sono state discussioni vere, serie, rispettose nel merito di quanto presentato. La serietà, la severità dell’approfondimento e un clima comunque amichevole, hanno mostrato un rapporto tra dirigenti e “resto del mondo” motivante e produttivo.

É lecito porsi la domanda se in cooperativa, quotidianamente, il rapporto tra gruppi dirigenti e altre persone sia basato su una distanza equilibrata. Dipendenti, subordinati, collaboratori, primi, secondi terzi quarti livelli, unità di costo: certo il linguaggio che usiamo per parlare di chi lavora non aiuta.

Motivazione dei dirigenti. Salvo qualche defezione giustificata, i dirigenti che hanno partecipato al contest con un ruolo di guida come giuria si sono impegnati al massimo e in qualche occasione hanno spontaneamente incrementato le riunioni per affrontare seriamente le questioni poste dai progetti. In una epoca frenetica, con le agende stipate, con problemi di non poco conto da affrontare, questo impegno non si può dare per scontato. Perché questo è accaduto? Perché mano a mano che si andava avanti i contenuti diventavano appassionanti. Perché loro stessi si cimentavano con qualcosa di nuovo. Perché il confronto era nel merito e in un ambiente scevro da altri problemi che non sta a noi giudicare, ma che alla lunga logorano. Perché era una occasione seria di divertimento. Perché erano giustamente protagonisti con la loro esperienza, le loro conoscenze  e la loro professionalità. Perché era chiaro a tutti che se non ci fossero stati il progetto si sarebbe sgonfiato.

É possibile immaginare contesti organizzativi in cui gli ingredienti citati sopra caratterizzino anche il lavoro e il ruolo dei gruppi dirigenti?

Motivazione. Altissima per tutti. Di seguito gli ingredienti principali che nessuna consulenza o management potrà produrre con improbabili procedure motivazionali.

  • Obiettivi chiari ma anche incertezza dei risultati. Non tutto è scontato. Bisogna provarci. Non si sa come va a finire, dipende da noi.
  • Protagonismo per tutti a tutti i livelli e a turno.
  • Il piacere intrinseco del lavoro. É vero che è previsto un premio per un “vincente”. Ma le persone non hanno lavorato anche il sabato o la domenica, in vista di un premio o di un incentivo. Il premio era il lavoro in sé che man mano che mostrava i suoi risultati aumentava l’impegno e la gratificazione.
  • Nessun giudizio. Si lavora con quel che c’è e non con quel che ci piacerebbe ci fosse, magari per far collimare le persone con qualche profilo deciso a tavolino.
  • Buoni maestri: i colleghi di Scuola Coop (senza vantarsi, ma bisogna dirlo!), i responsabili della formazione delle cooperative. I fornitori e i consulenti scelti anche per le loro caratteristiche da artigiani, profondi conoscitori del mestiere, ma che “non se la tirano”. I dirigenti della giuria, professionali, autorevoli e disponibili all’ascolto e al dialogo. Quando mancano queste caratteristiche nella vita di una organizzazione i colloqui motivazionali cosa sono?
  • Socialità: il piacere di stare insieme condividendo un lavoro e degli obiettivi, ma anche sviluppando amicizie. Di vario genere (abbiamo provocato involontariamente un paio di matrimoni e un neonato, ma sicuramente c’è dell’altro…e anche questa si chiama socialità).
  • La fatica: il piacere dell’impegno. Perché arrivare in cima al monte con un elicottero può anche essere una cosa “da sooonio” come direbbe crozza/briatore, ma arrivarci a piedi è tutt’altra cosa.

Infine, per sintetizzare un po’

Si può lavorare e cooperare tenendo in considerazione le esigenze di tutti.  Ci si può divertire. Si possono imparare cose nuove e nello stesso tempo scoprire di possedere saperi sopiti o nascosti. Si può collaborare tra giovani e meno giovani. Si può accorciare la distanza senza alimentare per eccesso una cultura gerarchica e valorizzando la freschezza, l’ingenuità, la libertà di espressione e di pensiero insieme all’esperienza. Si possono ottenere risultati non scontati e non predefiniti. Si possono elaborare idee e stili professionali non consuetudinari. Si può riscoprire la bellezza  di un rapporto allievo/maestro rispettoso e proficuo. Si può riscoprire un senso di comunità che contiene in sé motivazione e appartenenza più maturi di quanto non era un tempo essere tifosi di un partito. Si può essere dirigenti senza pretendere di essere i soli unici possessori del sapere e soprattutto senza pretendere di essere sempre innovativi. Inoltre si può innovare, e molto come è successo nel Contest, senza che accada la rivoluzione, che il terreno sia cosparso di morti e feriti e anche senza pretendere o preoccuparsi di cambiamenti stupefacenti o spaventosi.

E adesso? Come si fa adesso a spiegare che non si tratta di belle parole, ma di azioni e pratiche con un modello teorico forte su cui vale la pena almeno cominciare a parlare?

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È finito il Contest, W il Contest


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L’altra sera alle sei ci sentivamo un po’ come Alberto Sordi nella scena del carnevale de I Vitelloni. Eravamo rimasti noi quattro di Scuola Coop, in mezzo all’auditorium vuoto. Ci beviamo qualcosa assieme? Stavamo lì un po’ parlando piano, un po’ in silenzio, un po’ sbirciando il disordine che solo una bella festa può creare.

I ragazzi del Contest 2016 non ci hanno mai visto in questa veste malinconica, ma a Scuola siamo abituati ad accogliere le emozioni senza nasconderle.

In questi sette mesi di lavoro di emozioni ce ne sono state tante. Scontri, risate, stress, tappe serrate da rispettare e prove sempre diverse con cui confrontarsi. Fare qualcosa che non si è mai fatto. E non si parla solo della scrittura di un progetto con tanto di analisi di mercato, conto economico e quant’altro. C’erano di mezzo anche ben due presentazioni, proprio là sul palco, davanti a tutti e davanti a una giuria che, giustamente, non si è risparmiata in domande e richieste di precisazioni.

Giuria che poi si è riunita e che ha fatto il suo “sporco” lavoro, dal quale ci siamo bonariamente dissociati, perché per noi hanno vinto tutti. Alla fine di questo post si dirà chi è stato scelto come vincitore, ma prima permetteteci di dire grazie.

Grazie a tutti i partecipanti che, nessuno escluso, hanno affrontato questa sfida con serietà, professionalità e determinazione. In molti hanno lavorato al progetto nei giorni liberi e fino a notte fonda.

Grazie ragazzi perché ci avete insegnato tanto. Perché anche se ci chiamiamo “Scuola” – anzi, probabilmente proprio per quello – siamo sempre i primi a imparare qualcosa. Leggi il seguito

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Contesti di viaggio


CMYK baseCi siamo. I dieci progetti del Coop Contest sono stati stampati, incartati e spediti alla giuria. Chi è arrivato prima, chi dopo, chi ha dovuto correre per sistemare quel conto economico che mannaggia mi ero dimenticato una cosa, chi doveva risistemare l’indice perché erano saltati i numeri. Alla fine, tutti e dieci, tutti pronti e tutti belli, hanno potuto prendere il volo.

Sospiro di sollievo e chiudiamo finalmente quel pc, stacchiamo Dropbox e basta con tutte quelle notifiche del gruppo WhatsApp. Almeno per ora, almeno per un giorno, lasciatemi assaporare questa sensazione di essere arrivato in fondo. Il primo che mi parla di Vision e Mission o di Bussiness Plan, giuro, lo accoppo. Lasciatemi un attimo in pace a riposare. Un attimo solo, che ho bisogno di ricaricarmi.

Eh sì, perché solo una parte è finita – una parte bella grossa, che all’inizio sembrava immane, una meta quasi irraggiungibile, che ora invece è qui, è stampata. Anzi, è già stata lasciata alle spalle. Adesso servono energie per lo sprint finale che manco il miglior Galeazzi potrebbe commentare a dovere. Adesso che si vede la fine, è il momento in cui le energie e la freschezza servono di più. L’8 e 9 giugno, infatti, i ragazzi dovranno presentare i loro progetti alla signora giuria in persona. Ancora non si sa come avverranno queste presentazioni. C’è chi ha già un’idea, chi brancola nel buio, chi ha proposto qualcosa che era talmente sulle ali dell’entusiasmo che gli altri del gruppo l’hanno guardato e hanno detto: stai calmo.

E’ il momento migliore, in cui la creatività può liberarsi davvero, aspettando il 16 giugno per la festa grande, dove verrà proclamato, finalmente, il vincitore. Anche noi di Scuola lo verremo a sapere assieme a tutti gli altri. Abbiamo detto chiaro e tondo alla giuria che non si vuole sapere nulla prima. Abbiamo intrapreso questo viaggio assieme ai partecipanti e vogliamo viverlo assieme a loro dall’inizio alla fine. Vogliamo esserci, non vediamo l’ora. E voi?

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Il Coop Contest a Expo


IMG_5649E’ stata una giornata importante per Scuola Coop quella del 29 Maggio.

Abbiamo  ricevuto, indirettamente, un messaggio molto confortante dalle nostre cooperative: più di centoventi partecipanti alle due edizioni del Contest hanno potuto partecipare all’evento loro rivolto organizzato all’Expo di Milano. E non era scontato per niente viste le difficoltà organizzative, logistiche ed economiche del momento.

Quindi un messaggio incoraggiante perché è l’ulteriore, ma sempre gradita, dimostrazione di quanto il Coop Contest sia davvero diventato patrimonio comune del nostro movimento e non solo una proposta formativa di Scuola Coop. Leggi il seguito

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Riflessionie e altro ancora sulla formazione…


Pubblicato da Ilaria Poli, Coop Italia C.N.N.A.

DSC_0090Nel scrivere i vari post per Scuola Coop mi sono sempre posta nell’ottica del formatore e ho provato, non so se con successo o meno, a portare le mie riflessioni sulla formazione in azienda, sulle sue prospettive, sui suoi limiti oggettivi e soggettivi..

Mi è sembrato interessante allora provare a cambiare la prospettiva e ho chiesto ai due ragazzi che l’anno scorso hanno partecipato al Coop Contest di scrivere le loro riflessioni sulla formazione in generale, senza limiti imposti..

Questo è quello che mi hanno risposto.

“La formazione, specialmente all’interno del mondo Coop, può fare brutti scherzi.

Spesso ci immaginiamo che la persona che percorre la “scalata” alla collinetta di Montelupo sia una persona diversa da quella che a fine giornata la percorre in discesa (usiamo il freno motore, mi raccomando..). Ci piace immaginarci così, più ricchi di idee e strumenti, più “formati”. Spesso non ci andiamo neanche tanto lontani in effetti. Forse.

Più raramente invece, pensiamo al fatto che a fine giornata non siamo la stessa persona che è entrata in ufficio o negozio o magazzino.

Separare mentalmente queste due cose a volte sembra sufficiente per sentirsi cresciuti: è facile associarlo ad un luogo ed un tempo definiti invece che sparpagliato in qualche momento imprecisato e nello stesso luogo dove viviamo la nostra quotidianità lavorativa.

Purtroppo credo che a volte non basti.

Coop ha creato Scuola Coop per fornirci gli strumenti, i metodi, le esperienze e visioni diverse dalle nostre, in buona sostanza per fornirci quello che ci consente di crescere, se lo vogliamo. Accedi per continuare a leggere il post

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Coop Contest: cosa abbiamo imparato (4)


Pubblicato da Luisa Pilo

Logo Contest Il mio Coop Contest

Condividere un’esperienza non significa viverla nello stesso modo.

Per quasi un anno i 60 partecipanti al Coop Contest si sono ritrovati a Montelupo, hanno dato forma ai loro progetti, elaborato gli studi di fattibilità, si sono confrontati tra loro e con i docenti, hanno studiato, lavorato, fatto ricerca e sperimentato.

Il Contest è stata un’esperienza collettiva e i momenti che hanno costituito le tappe del percorso accomunano di certo tutti i partecipanti. Ma c’è dell’altro.

In questo brulichio di giovani, idee e progetti si incrociano tante storie singole che hanno origine nelle diverse aspettative, nei momenti da ricordare, unici per ciascun partecipante, negli apprendimenti e nelle esperienze individuali.

Ne siamo andati in cerca, chiedendo loro di scrivere una paginetta di impressioni, di prendersi il tempo per raccontarci come hanno vissuto quest’esperienza, cosa ha significato per ognuno di loro il Coop Contest.

Dunque, una paginetta di impressioni.

Non sentivo una frase del genere dalle scuole elementari, credo, ma chiedendola SCUOLA COOP
la richiesta è più che lecita.
Giulia                                                                  

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Cosa c’è dentro la palla di vetro di Belgrado?


Pubblicato da Stefano Ferrata

PallaQuando parliamo nelle nostre aule di prodotti tipici e territori l’amico Sergio Soavi dice spesso che quando torniamo da bei posti  ci compriamo cose buone da mangiare\bere  da condividere magari con gli amici e non la palla di neve con i monumenti dentro…beh stavolta anche quella!

Eravamo a Belgrado  con i due gruppi vincitori del Coop Contest e nonostante lo scetticismo sulla meta era un viaggio premio.

La palla di neve ci è sembrata paradigmatica del tentativo che abbiamo fatto nei tre giorni di visita alla capitale Serba.

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Riflessioni di Scuola Coop


In questa area abbiamo raccolto quattro approfondimenti a cura di Scuola Coop sul Coop Contest.

Abbiamo provato a leggere questo progetto, per noi nuovo, con chiavi interpretative diverse:

1) Lo sguardo organizzativo e le possibili applicazioni di un metodo di lavoro inconsueto
2) Una riflessione sull’idea stessa di formazione confrontata con quella di apprendimento
3) Lo sviluppo dei progetti: una cronaca ragionata del percorso
4) La prospettiva di chi il Contest lo ha vissuto da protagonista

I contributi, seppure compiuti  in se stessi, vanno a comporre  nel loro insieme una riflessione che ci sembra interessante offrire.

Leggi gli approfondimenti:

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Progetto “Esperienze Coop”


Il progetto si propone di facilitare la creazione di legami relazionali tra diverse generazioni.

Si sottolinea l’utilizzo del punto di vendita come piattaforma di queste relazioni per dare un contributo peculiare di Coop.

Non è facile definire né i giovani né gli anziani: qui si prendono in considerazione i 18\35 per i primi e gli over 65 per i secondi senza particolari problemi di salute.

Gli esempi portati nel progetto mettono in luce le potenzialità di uno scambio fertile di competenze\conoscenze tra le generazioni.

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