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Lavorare o collaborare? Networking sociale e modelli organizzativi del futuro

200palmarini20121004102619Sono stati scritti libri ottimi su Adriano Olivetti, che qualsiasi manager a mio modesto parere dovrebbe avere sul comodino e leggere di continuo anziché citare a memoria le miliari quanto inutili frasi di Sun Tzu e la sua Arte della Guerra (pag 89) Lavorare o collaborare? O forse serve una terza possibilità, un neologismo fantasioso come “collavorare”? L’autore, Nicola Palmarini, esperto e studioso di tecnologie emergenti applicati ai temi sociali, sostiene che l’ibridazione delle forme organizzative è obbligatoria nelle nostre organizzazioni destinate nei prossimi decenni a veder convivere generazioni diverse, tra le quali in gap è reso profondo e non semplice da gestire a causa del differente approccio tecnologico. La tesi centrale del libro è che i social media rendono possibili nuovi e vantaggiosi progetti organizzativi, centrati sulla collaborazione, l’apporto personale e la partecipazione. In questo senso possono contribuire a creare le condizioni per cambiare radicalmente le organizzazioni e il lavoro: da modelli basati su gerarchia e controllo e modelli basati sulla collaborazione. Nella interessante prefazione, Emilio Bartezzaghi studioso delle organizzazioni, si chiede quale reale discontinuità portino i social media alla teoria organizzativa se dagli anni trenta del secolo scorso Barnard ha iniziato a trattare il tema dell’organizzazione come sistema cooperativo. La discontinuità di fatto non è nell’idea di strutturare forma di collaborazione (lo si fa da sempre nelle aziende attraverso i team, le task force ecc), piuttosto è nella possibilità, che la tecnologia apre, di realizzare una collaborazione di massa anche nelle aziende più grandi e strutturate. Oggi è possibile riprodurre in ogni dimensione aziendale quello che spontaneamente avviene in ogni piccola start-up! Accedi per continuare a leggere il post

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Generazioni in azienda: se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse

NZOIl tema dell’intergenerazionalità sta velocemente scalando posizioni nell’interesse di chi si occupa della direzione delle persone all’interno delle organizzazioni.  Anche a Scuola Coop il tema viene affrontato all’interno di alcuni percorsi di approfondimento.

Questo libro è finora quello che ci sembre più completo nell’analisi tra quelli pubblicati in italiano.

Il testo  si divide tra parte teorica e risultati di una ricerca empirica, ne riporto una sintesi provando  a far emergere i temi principali. Complessivamente molto interessante.

In fondo al documento ho abbozzato  alcune domande che potrebbero servire per organizzare una microricerca interna su questi temi.

APPROCCIO TEORICO

Generazioni : persone caratterizzate dalla condivisione di eventi storici importanti che hanno contribuito a formare un insieme di visioni,valori e comportamenti specifici di quel gruppo sociale. Condividono una sub cultura i cui valori riflettono le influenze culturali, politiche ed economiche che si sono verificate durante le fasi precedenti l’età adulta Come tutte le definizioni è problematica sia per la significatività degli eventi sia  per la rilevanza territoriale.

Dalla letteratura scientifica anglosassone abbiamo derivato questa classificazione: Accedi per continuare a leggere il post

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Le mosche del capitale

Pubblicato da Stefano Ferrata

mosche-del-capitaleLe mosche del capitale, Paolo Volponi, Einaudi prima ed 1989, nuova ed.2010

Questo romanzo (?) di Paolo Volponi è stato pubblicato nel 1989, si festeggiano dunque i venticinque anni.

Non è un bel romanzo è (per me) un capolavoro assoluto.

Non son un critico letterario per cui affido a chi  lo  sa fare l’onere di una seria recensione (qui quella di Franco Fortini), provo però a spiegare la mia impegnativa valutazione.

E’ uno scritto scorbutico, difficile, molto denso, surreale in certi momenti. Eppure il risultato è di un realismo disarmante. Si parla di industria di grande ( o meglio grossa?) industria sul finire degli anni ’70 del secolo scorso. I nomi e i personaggi sono camuffati, ma non è difficile riconoscere l’Olivetti malinconicamente avviata sul viale del tramonto e la Fiat alle prese con le profonde ristrutturazioni dell’epoca.

Bruto Saraccini è il protagonista, alter ego dell’autore realmente dirigente in quelle imprese.

Ma più probabilmente il vero protagonista è il discorso sul potere all’interno delle organizzazioni.

Avendo avuto la (s)fortuna di averlo letto solo ora, si rimane allibiti di fronte alla capacità di lettura prospettica. Forse i prodromi della caduta del Muro aiutarono Volponi, fatto sta che appare  chiaro il percorso che la grande impresa avrebbe compiuto da li in poi: sempre più finanza,  sempre più ricchezza sempre meno valore, sempre meno relazioni sempre più transazioni, sempre più contratto sempre meno patto. Accedi per continuare a leggere il post

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12 anni schiavo

Pubblicato da Daniela Regnicoli

12-anni-schiavo-2013-L-NJEY_c12 anni schiavo
(2013) Steve McQueen, USA

Un regista nero: Steve McQueen e un tema: la schiavitù dei neri negli stati sudisti della federazione Americana, raccontata in prima persona da uno schiavo, arrivano agli Oscar del 2014 vincendo la più ambita statuetta – miglior film –  e con la delicata Lupita  Nyong’O anche il riconoscimento per la  miglior attrice non protagonista.

12 anni schiavo è il terzo grande film sui temi della schiavitù da parte di registi americani o di scuola americana (Steve McQueen è cittadino britannico) dopo l’ottimo Lincoln di Steven Spielberg e il feroce e energico Django Unchained di Quentin Tarantino. Un critico recupero delle radici e insieme una presa in carico delle drammatiche e, per certi versi, non onorevoli circostanze che originarono gli Stati Uniti d’America, la guerra civile e lo schiavismo, fanno da cornice a queste ripetute incursioni. Una sofferta riflessione al cui dispiegarsi non sembra indifferente la presenza di un Presidente nero alla Casa Bianca.

La storia – tratta dalle memorie del protagonista – ricorda la vicenda di Solomon Northup, un afroamericano nato libero, a Saratoga Springs, nello stato di New York. È un giovane colto e benestante: sposato, padre di tre figli, gran lavoratore, operaio e musicista, ben inserito e benvoluto dalla comunità locale. Un giorno del 1841 riceve, da parte di due sconosciuti, una proposta particolarmente allettante che si rivela un tranello: Solomon drogato, incatenato, privato del suo nome e della libertà, è trasferito su una nave in Louisiana e veduto come schiavo. 12 anni dura la sua prigionia.

Il film mostra gli atroci caratteri dello schiavismo: lo sfruttamento economico e sessuale dei corpi, la cancellazione della identità personale, le sadiche violenze corporali, il pieno potere sulla vita e sulla morte. Le relazioni impari, tra padroni e schiavi, sono il focus del film e l’esibizione dei corpi martoriati dei secondi la conseguenza di quelle. E il regista è impegnato a restituirci le dolorose sensazioni dei corpi costretti e percossi, privati della loro naturale libertà. Quello della privazione e della costrizione è, d’altronde, uno dei terreni d’indagine preferiti da McQueen, già percorso in Hunger e Shame, le precedenti opere del regista. Accedi per continuare a leggere il post

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Altruisti nati

Pubblicato da Stefano Ferrata

Altruisti natiDobbiamo farcene una ragione: nonostante siamo cresciuti  con  somministrazioni di Hobbes e del suo Homo Homini Lupus  e poi con trent’anni di esaltazione dell’individualismo, la specie umana è tale perché coopera e lo fa  non solo da tanto, tanto, tanto tempo come avevamo già detto recensendo Supercooperatori, ma  lo fa anche fin da subito. Ogni nuovo rappresentante della specie infatti è (pre) disposto ad una comportamento cooperativo con i propri simili, anche molto più grandi di lui.

“Altruisti Nati” nasce da una  lezione di Michael Tomasello tenuta alla Stanford University,  e ci aggiorna sui risultati che il Max Planck Insititut di Antropologia Evolutiva ha ottenuto nell’osservazione dei meccanismi che portano i  bambini a diventare membri di gruppi culturali.

L’autore porta prove empiriche convincenti sul fatto che infanti e bambini piccoli siano predisposti a prestare aiuto, fornire informazioni e condividere quanto in loro possesso in determinate situazioni prima di entrare  nella fase di acculturamento, quando impareranno ad essere più selettivi, per non incorrere in brucianti delusioni.

Questo non significa che non sia antropologicamente necessario anche l’egoismo: forse potremmo dire che l’innata tendenza alla cooperazione e la propensione all’altruismo poggiano da sempre su di un nucleo di interesse personale. Per Tomasello il vero cardine della cooperazione non è quindi  l’altruismo ma la mutualità: noi tutti traiamo beneficio dalla nostra cooperazione solo a patto di lavorare insieme, solo a patto di collaborare.

A pag 57 di questa stimolante e divulgativa dissertazione,  Tomasello tocca un ambito per noi fondamentale: quali sono le differenze  evolutive che sono necessarie per passare dal procacciamento di cibo alla spesa al supermercato? Ehi che bella sensazione sentirsi per un attimo protagonisti dell’ultimo anello della catena evolutiva…cooperativa per di più!!! Ma è solo un esempio purtroppo o per fortuna. Leggi il seguito

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Il capitale umano

Pubblicato da Daniela Regnicoli

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Italia, 2014, Paolo Virzì

E’ un film teso, drammatico, aspro, Il capitale umano. Esce con forza dagli stereotipi     della commedia, delineando un genere di dramma sociale, particolare e non comune   per l’Italia, nuovo per lo stesso regista.

Virzì ci offre una lettura amara e desolata della nostra società occidentale parlando di denaro e di potere, ma soprattutto di giovani, di figli e dei loro genitori.  Il cast è composto da bravissimi attori italiani: Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni, Valeria Bruni, Valeria Golino e da una straordinaria giovane attrice, Matilde Gioli.

La storia è congegnata come un giallo: si cerca il responsabile dell’ investimento mortale di un giovane cameriere, che in una notte di inverno torna a casa in bicicletta.

Gli sguardi di tre personaggi, Dino, Carla, Serena, ci portano nel ventre della storia e     ogni racconto aggiunge un pezzo di (parziale e personale) verità fino allo scioglimento dell’enigma. La scelta narrativa e il meccanismo del giallo sostengono il concatenarsi degli eventi, drammatici, che investono e mandano in frantumi il senso della vita di tre ragazzi  giovanissimi, la stessa Serena, Massimiliano, Luca, protagonisti del film. E in effetti di una questione fra ragazzi si tratta. Accedi per continuare a leggere il post

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La mafia uccide solo d’estate

Pubblicato da Daniela Regnicoli

La-mafia-uccide-solo-destate-poster-432x606La mafia uccide solo d’estate

Italia, 2013, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.

Gli avvenimenti della nostra storia recente, dall’uccisione del Commissario Boris Giuliano quella dei magistrati simbolo della lotta alla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, scandiscono le tappe della vita di Arturo, giovane palermitano.

Sono anche gli anni in cui la questione mafia si trasforma – ad opera di tanti siciliani onesti – da problema locale a grande tema nazionale e il distacco e l’opposizione alla cultura mafiosa diventano fenomeno di massa soprattutto tra i giovani e i giovanissimi.

E il giovane Arturo percorre tutto questo periodo (anni 70-90), esprimendo in maniera assolutamente originale e personale, la sua estraneità culturale (pre-politica direi) alla mafia.

L’amore per la coetanea Flora e l’ammirazione sconfinata per Andreotti, si proprio lui il divo Giulio, sono i punti di partenza della sua educazione sentimentale e politica..

Arturo non si occupa di politica ma la politica si occupa quotidianamente di lui (viene   da dire) e in una città come Palermo la politica è continuamente intrecciata alla mafia.

Gli occhi di un bambino, originale attento e curioso, ci guidano a scoprire quel periodo irripetibile di sangue e di speranza.

Così i morti ammazzati dalla mafia diventano, nella generale omertà, uomini che “sono morti perché’ ci amavano troppo le femmine” (e Arturo comincia a temere conseguenze fatali per il suo amore per Flora). Così la pasticceria dove compra per lei il suo dolce preferito, diventa improvvisamente un luogo di cui aver paura perché’ la mafia lì inaugurala stagione della strage degli uomini dello Stato, uccidendo il commissario Boris Giuliano. Accedi per continuare a leggere il post

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Sotto la pelle dello Stato

cop Aldo Bonomi, autore

“Sotto la pelle dello Stato” (Serie Bianca Feltrinelli)

Libro potente, di non facilissima lettura, ma che offre chiavi di interpretazione del presente e sentieri di sviluppo del futuro decisamente  interessanti.

Ci sono due concetti cardine entrambi molto stimolanti per chi vive di coop: il territorio e le comunità.

E c’è il tentativo di fare dei distinguo e di argomentare le diverse accezioni che si possono dare a questi concetti: c’è un territorio che fa da confine ad una chiusura, ad un ripiegamento su se stessi, e c’è un territorio che si fa’ portale di attraversamento di flussi e prova a darne un significato e un senso.

Ma cosa sono questi flussi che possono apparire eterei e che invece sono maledettamente  tangibili: flusso è la  finanza , flusso è la crisi economica, flusso sono le imprese transnazionali, flusso  è l’immigrazione, flusso è il sistema di comunicazione.

Di fronte a questi fenomeni il territorio può essere allora pensato come spazio di rappresentazione dove precipitano le tecnologie, le nuove forme di lavoro, la nuova composizione sociale ma a cui stare ancorati, per andare nel  mondo con una visione aperta e tornare.

E qui si inserisce la seconda categoria sociale analizzata da Bonomi: chi li vive questi territori? C’è il tentativo nell’analisi dell’autore di fare un passo avanti rispetto all’analisi sociale del secolo scorso anche consapevole del fatto che siamo individualmente portatori, sani o meno, di istanze a volte anche inconciliabili.

Comunque tre sono le comunità su cui viene posta la luce dei riflettori della ricerca: la comunità rancorosa, quella operosa e quella di cura .

Chi ne fa’ parte? Quali sono i comportamenti caratterizzanti? Quali i principi ispiratori? Leggi il seguito

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Blue Jasmine

Pubblicato da Daniela Regnicoli

MV5BMTc0ODk5MzEyMV5BMl5BanBnXkFtZTcwMzI0MDY1OQ@@__V1_SX640_SY720_Blue Jasmine, Usa 2013, Woody Allen

L’ ultima fatica del prolifico regista newyorchese è un film triste, intriso di pessimismo, con poche speranze per il futuro.

Dopo la lunga trasferta europea, Woody Allen è tornato negli Stati Uniti. Il film è ambientato a San Francisco, ma l’antefatto – oggetto di frequenti flash-back – si svolge nei quartieri alti di New York, west e east coast unite dalla vicende della vita della protagonista.

Lei è Jasmine, la triste e depressa (blue) Jasmine del titolo, già Jeanette, una bellissima e raffinata donna (l’attrice Cate Blanchett), vedova da pochi mesi di uno spregiudicato finanziere arrestato per molteplici truffe e morto suicida in galera ( Alec Baldwin, sempre bravo e credibile). Vissuta fino a quel momento in un lusso esagerato e totale, è ora completamente senza mezzi: il fisco americano – infatti – le ha sequestrato tutto, proprietà immobiliari, gioielli, lo splendido guardaroba.

Ha chiesto aiuto alla sorella Ginger (Sally Hawkins) che vive a San Francisco, è commessa e frequenta un ambiente del tutto diverso. D’ altronde le due non sono sorelle di sangue ma adottate dalla stessa famiglia e Jasmine, dice la candida Ginger, ha preso il DNA migliore.

La bella vedova arriva a San Francisco e si installa in casa della sorella (che per ospitarlaha rimandato le sue nozze), è evidentemente disorientata, oppressa, in difficoltà. Accedi per continuare a leggere il post

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Venere in pelliccia

Pubblicato da Daniela Regnicoli

Affiche-du-film-LA-VENUS-A-LA-FOURRURELa Venus à la fourrure, Francia, 2013, Roman Polanski

Venere in pelliccia, ultimo film di Polanski presentato a maggio a Cannes e in questi giorni in programmazione nelle sale italiane, è una grande prova di regia e di recitazione.

Il film è tratto dall’omonimo libro – scandaloso e libertino – di Leopold von Sacher-Masoch stampato a Vienna nella seconda metà dell’ 800.

Inizia con la ricerca della protagonista dell’adattamento teatrale del testo letterario, Wanda, in un teatro di Parigi in una brutta serata autunnale.

Thomas, Regista e anche Adattatore del libro, conduce le audizioni.  E’ stanco al termine di una deludente giornata, quando appare lei, l’Aspirante Protagonista. Si chiama Wanda anche lei, è una donna matura, bella, sfrontata, sfrenata con qualche tratto di volgarità nei modi e negli abiti. Accedi per continuare a leggere il post

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