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Un Contest per ridisegnare il contesto

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Può sembrare un gioco di parole ma non lo è. Prendendo per buone le elaborazioni di Retail Watch, il conto economico del settore GDO  – redatto sulla base di dati Mediobanca, rapporto Coop 2013 e bilanci aziendali 2013 appena resi pubblici – sarebbe in Italia prossimo allo zero. 0,2 per cento per l’esattezza:  un settore al lumicino, dicono loro. La prestigiosa rivista di settore pronostica per il prossimo futuro acquisizioni, fusioni, crisi societarie che coinvolgeranno tutte le principali insegne. Gli piace vincere facile J

Siamo sicuri che non ci siano alternative? Il nostro Contest, ad esempio, ha scelto la strada in salita, perché la cooperazione trae il senso da un diffuso rimboccarsi le maniche. Non si tratta di opporsi a una tendenza, si tratta proprio di rovesciare il tavolo e il significato stesso di tendenza. La cooperazione l’ha già fatto, 170 anni fa a Rochdale, con una innovazione radicale.

Un po’come la pensa Matteo che, durante la presentazione del suo progetto, citando un noto claim della concorrenza, afferma con convinzione: “altro che persone oltre le cose: oltre le (solite) cose ci siamo noi, c’è Coop”. Accedi per continuare a leggere il post

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I vincitori del Coop Contest 2014

IMG_03617Il progetto scelto dalla giuria per il Coop Contest 2013-2014 è

 

“COOPERA”

 

Con la seguente motivazione:

 “Per aver saputo reinterpretare anche in chiave digital il concetto primario dell’agire cooperativo, ovvero unire le forze per  una causa comune. Tanto più nobile quando il fine è concretizzare, attraverso la rete, opportunità di lavoro. Per lo sforzo di attrarre il mondo giovanile. Perché spinge Coop ad immaginarsi non solo come un operatore della grande distribuzione, ma come un soggetto tra gli altri, in grado di favorire il protagonismo sociale e socio economico. Perché può aiutare a razionalizzare il modo in cui Coop gestisce e promuove le attività sociali sul territorio e aprire nuove prospettive di mercato. Perché presuppone che anche nella società siano presenti idee e progettualità che hanno solo bisogno di emergere ed essere aiutate e che Coop possa assumere linfa vitale in ogni ambito del suo agire, attraverso il contatto con pubblici e contesti diversi, a volte lontani, ma accomunati da analoghi valori”.

Congratulazioni e lodi, lodi, lodi a:

Chiara Vannini di Coop Adriatica

Mirko Casadei e Patrizia Inserra di Coop Estense

Ileana Re e Valeria Visino di Coop Liguria Iper

Francesca Pasqualini, Iacopo Casini e Stefano del Signore di Coop Amiatina

CoOpera prevede la creazione di una piattaforma di crowdfunding come mezzo per favorire l’incontro tra associazioni no profit, cooperative, piccoli imprenditori, soci e cittadini, che si uniscono per far sì che un’idea, un progetto, una cooperativa, un prodotto, prendano vita e si realizzino (dall’Executive Summary del Progetto). Accedi per continuare a leggere il post

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News from U.S.A./3 – Ancora su salari e distribuzione americana

traderjoesDue facce  ma la medaglia è la stessa? Trader Joe e Wal-Mart

Trader Joe (link articolo originale)

La lezione di Trader Joe: come pagare un salario decente e fare ancora profitti con il retail

By Sophie Quinton

Il cassiere americano medio guadagna $ 20.230 all’anno, uno stipendio che in una famiglia monoreddito di quattro persone significa essere sotto soglia di povertà

Molti datori di lavoro ritengono che uno dei modi migliori per aumentare il loro margine di profitto sia  quello di tagliare i costi del lavoro. Ma aziende come QuikTrip, i drug-store  della catena Trader Joe, e Costco Wholesale stanno dimostrando che la decisione di offrire bassi salari è una scelta, non una necessità economica. Tutti e tre sono i retailer  a bassi prezzi, un settore che è tradizionalmente noto per affidarsi a part-time, lavoratori a basso reddito. Eppure, queste aziende hanno scoperto che  valorizzare i lavoratori può rendere  sotto forma di aumento delle vendite e della produttività.

“I retailer vedono generalmente  i dipendenti come un costo da minimizzare”, dice Zeynep Ton della Sloan School of Management del MIT. Questo può però portare le imprese in un circolo vizioso. Scarsi investimenti nei lavoratori comportano spesso  problemi operativi nei negozi, che diminuiscono le vendite. E le vendite basse costringono le aziende a tagliare ulteriormente i costi del lavoro. Offerte di lavoro a medio reddito sono diminuite di recente in percentuale dell’occupazione totale, in quanto molti datori di lavoro hanno trasformato posti di lavoro a tempo pieno in posizioni part-time senza benefit e con orari ultra flessibili. Accedi per continuare a leggere il post

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L’anti Wal-Mart: l’ingrediente segreto di Wegmans

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News from U.S.A.

The Atlantic è una storica rivista statunitense che si occupa principalmente della società americana. Diversi sono gli articoli che si occupano del mondo della grande distribuzione. Alcuni di questi ci sembrano interessanti anche per noi e quindi ve ne offriremo una traduzione “casareccia”.  Ovviamente, per chi non ne ha bisogno, segnaliamo anche il link con l’articolo originale.

Vi proponiamo un secondo articolo (link al precedente):

L’anti Wal-Mart: l’ingrediente segreto di Wegmans

Una catena dell’Est Coast  degli USA mostra che si può essere generosi con la propria forza lavoro e avere splendidi profitti.

ROCHESTER, N.Y. – Chi sta in cassa non può interagire con i clienti se prima non ha fatto almeno 40 ore di formazione. Centinaia di persone vanno in giro negli Stati Uniti e nel mondo intero per diventare esperti  dei prodotti che vendono.  L’impresa non manda obbligatoriamente la gente in pensione ad una certa età e non ha mai licenziato nessuno. Tutti i profitti sono reinvestiti nell’azienda o divisi tra i lavoratori. Una folle  start up di internet ? Le fantasie del movimento Occupy Wall Street?  Un retailer fallito acquisito recentemente da Wal Mart?

No un’impresa da 6 miliardi di dollari di fatturato, 79 punti vendita e una fidelizzazione esterma dei propri clienti: Wegmans che opera a  New York,  in Pennsylvania  e in altri quattro  stati dell’ East Coast, dimostra che gli affari e i profitti  non sono incompatibili con la generosità e la formazione  dei propri dipendenti. Accedi per continuare a leggere il post

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Lavorare o collaborare? Networking sociale e modelli organizzativi del futuro

200palmarini20121004102619Sono stati scritti libri ottimi su Adriano Olivetti, che qualsiasi manager a mio modesto parere dovrebbe avere sul comodino e leggere di continuo anziché citare a memoria le miliari quanto inutili frasi di Sun Tzu e la sua Arte della Guerra (pag 89) Lavorare o collaborare? O forse serve una terza possibilità, un neologismo fantasioso come “collavorare”? L’autore, Nicola Palmarini, esperto e studioso di tecnologie emergenti applicati ai temi sociali, sostiene che l’ibridazione delle forme organizzative è obbligatoria nelle nostre organizzazioni destinate nei prossimi decenni a veder convivere generazioni diverse, tra le quali in gap è reso profondo e non semplice da gestire a causa del differente approccio tecnologico. La tesi centrale del libro è che i social media rendono possibili nuovi e vantaggiosi progetti organizzativi, centrati sulla collaborazione, l’apporto personale e la partecipazione. In questo senso possono contribuire a creare le condizioni per cambiare radicalmente le organizzazioni e il lavoro: da modelli basati su gerarchia e controllo e modelli basati sulla collaborazione. Nella interessante prefazione, Emilio Bartezzaghi studioso delle organizzazioni, si chiede quale reale discontinuità portino i social media alla teoria organizzativa se dagli anni trenta del secolo scorso Barnard ha iniziato a trattare il tema dell’organizzazione come sistema cooperativo. La discontinuità di fatto non è nell’idea di strutturare forma di collaborazione (lo si fa da sempre nelle aziende attraverso i team, le task force ecc), piuttosto è nella possibilità, che la tecnologia apre, di realizzare una collaborazione di massa anche nelle aziende più grandi e strutturate. Oggi è possibile riprodurre in ogni dimensione aziendale quello che spontaneamente avviene in ogni piccola start-up! Accedi per continuare a leggere il post

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Generazioni in azienda: se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse

NZOIl tema dell’intergenerazionalità sta velocemente scalando posizioni nell’interesse di chi si occupa della direzione delle persone all’interno delle organizzazioni.  Anche a Scuola Coop il tema viene affrontato all’interno di alcuni percorsi di approfondimento.

Questo libro è finora quello che ci sembre più completo nell’analisi tra quelli pubblicati in italiano.

Il testo  si divide tra parte teorica e risultati di una ricerca empirica, ne riporto una sintesi provando  a far emergere i temi principali. Complessivamente molto interessante.

In fondo al documento ho abbozzato  alcune domande che potrebbero servire per organizzare una microricerca interna su questi temi.

APPROCCIO TEORICO

Generazioni : persone caratterizzate dalla condivisione di eventi storici importanti che hanno contribuito a formare un insieme di visioni,valori e comportamenti specifici di quel gruppo sociale. Condividono una sub cultura i cui valori riflettono le influenze culturali, politiche ed economiche che si sono verificate durante le fasi precedenti l’età adulta Come tutte le definizioni è problematica sia per la significatività degli eventi sia  per la rilevanza territoriale.

Dalla letteratura scientifica anglosassone abbiamo derivato questa classificazione: Accedi per continuare a leggere il post

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Ennesimo premio al “nostro” Fabrizio Silei

SILEI_IMG_3372“Per essere la voce più alta e interessante della narrativa italiana per l’infanzia di questi ultimi anni.

Per una produzione ampia e capace di muoversi con disinvoltura e ricchezza fra registri narrativi diversi:

dall’umorismo alla misura breve del racconto per i più piccoli, dall’albo illustrato al romanzo per adolescenti, dal progetto creativo ad un forte impegno civile.
Per una costante e limpida qualità della scrittura”.

Questa è la motivazione della  Giuria del PREMIO ANDERSEN – 33ma edizione con cui Fabrizio Silei, viene premiato per la seconda volta.

Cosa possiamo dire noi di Scuola Coop a Fabrizio? Che la nostra grafica è in buone mani, ma si sapeva.

Che sei proprio bravo. E soprattutto grazie.

A chi ci legge, invece, vorremmo segnalare che i libri di Fabrizio non sono solo per ragazzi.

E che in ogni caso leggerli la sera con figli o nipoti fa bene alla salute.

Pubblicato da Enrico Parsi

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Understanding the older consumer market: gli anziani e il mercato o il mercato degli anziani/5

The Golden Economy
The consumer Marketplace in an Ageing Society
Resarch by ILC-UK for Age UK October 2010

Il divario digitale

Uno studio dell’Elsa sui beni durevoli realizzato in Inghilterra mostra un tasso relativamente basso di possessori di computers tra le persone anziane. Circa il 64% di coloro che hanno un’età di 65 anni ed oltre dichiarano di non aver mai utilizzato Internet. Tra i “pericoli” o meglio tra le “criticità” che l’articolo mette in evidenza derivante da questo non utilizzo di internet si fa riferimento al peggioramento della qualità dei loro acquisti in termini di confronti e di valore di acquisto. Il mancato accesso al web determina quindi uno svantaggio in termini informativi che si traduce in una possibile riduzione in termini di convenienza nell’acquisto. La principale barriera riscontrata è rappresentata dalla mancanza di comprensione e “fiducia” di come pc e internet funzionano. La promozione dei benefici e vantaggi nell’accedere a internet, la formazione in piccoli gruppi, incentivi monetari per l’apprendimento sembrano essere i principali fattori che potrebbero di fatto ridurre questo divario digitale negli over 65. Un’altra barriera che viene evidenziata da chi invece utilizza internet è rappresentata dalla non usabilità dei siti web nei confronti delle persone anziane e quindi una scarsa attenzione da parte degli sviluppatori verso questa categoria di persone. Per quanto riguarda invece l’acquisto on-line, pertanto in questo caso ci si riferisce agli over 65 che invece utilizzano internet, la ricerca ha evidenziato che la paura e il timore di scarsa sicurezza verso i pagamenti on-line e relative frodi sono fattori frenanti come pure la difficoltà nel ricordare password per accedere ai siti e forms percepite di difficile utilizzo da parte di questa classe di età.

La protezione del consumatore Accedi per continuare a leggere il post

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Tema: gli smartphone sono perfetti compagni di acquisto?

News from U.S.A.

The Atlantic è una storica rivista statunitense che si occupa principalmente della società americana. Diversi sono gli articoli che si occupano del mondo della grande distribuzione. Alcuni di questi ci sembrano interessanti anche per noi e quindi ve ne offriremo una traduzione “casareccia”.  Ovviamente, per chi non ne ha bisogno, segnaliamo anche il link con l’articolo originale.

ALEXIS MADRIGAL  DI THE ATLANTIC  INCONTRA   GIBU THOMAS DI WAL MART: Get Ready to Roboshop

leadFare la spesa  da WalMart è una delle attività più comuni al mondo: ogni settimana circa 250 milioni di clienti visitano un punto vendita di questa insegna. Molti di questi hanno lo smartphone in mano.

Gibu Thomas, il vice presidente della divisione  digitale di WalMart, sta lavorando all’armonizzazione  delle esperienze di acquisto in negozio e digitali. Sta dirigendo un gruppo di 1500 persone nella Silicon Valley per definire il futuro della distribuzione on line e fisica.

ALEXIS MADRIGAL:  Lei sembra più interessato  alla tecnologia  “mobile” che allo shopping on line o all’e-commerce. Come mai?

GIBU THOMAS: se lei guarda I dati si accorgerà che il “mobile” influenza le vendite nel punto vendita  in maniera più che doppia dell’intero e-commerce.  Nel 2016 ci aspettiamo che le vendite e-commerce siano intorno ai 345 miliardi di dollari negli Usa (tutto il mercato non WalMart )  e quelle provenienti dai dispositivi mobili circa il 10%, ma se guardiamo a come le vendite offline vengono influenzate ci accorgiamo che questi dispositivi  incideranno per circa 700 miliardi.

AM:  Questo significa che avete bisogno che la gente utilizzi la vostra app. Come è la situazione attuale? Accedi per continuare a leggere il post

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Le coop inglesi al fallimento

Le coop inglesi al fallimento (link)

Leggo su un quotidiano una breve intervista a una preside milanese. “Quando ho iniziato avevo come obiettivo dare indirizzi educativi ai docenti. Oggi ho funzioni manageriali e dirigo una azienda”. La preside sembra soddisfatta di questa evoluzione. Chissà se si rende conto  di aver enunciato, con ottima sintesi, una questione cruciale, anzi crucialissima, per la scuola e non solo. Che è questa: il suo lavoro vero (il lavoro vero di ogni docente) è il primo, dare indirizzi educativi. Al contrario il ruolo che sostiene di ricoprire adesso (avere funzioni manageriali e dirigere una azienda) non è e non dovrebbe essere il suo lavoro.

La scuola non è una azienda (la cultura non è un’azienda, la vita non è un’azienda). Per i problemi di bilancio, per la gestione dei quattrini, ci sono fior di contabili, ragionieri e manager. E giusto che una preside (che è una intellettuale) abbia al suo fianco qualcuno che, quando occorre, la metta al corrente della situazione finanziaria , ed eventualmente la dissuada dallo sperpero. Ma le energie di una preside (che è una intellettuale) non vanno mai distolte da quella che è una volta si chiamava “missione educativa”. La domanda è: sono ancora consapevoli, gli insegnanti e i presidi, di essere degli intellettuali?

    Michele Serra

Per varie e numerose ragioni sono affascinato dalle analogie di funzionamento tra una scuola e un ambiente lavorativo, spesso quest’ultimo semplificato con il termine azienda. D’altra parte la scuola è anche un ambiente lavorativo e quindi mi capita spesso di pensare all’uno e all’altro in modo interscambiabile trovando analogie su questioni come gli spazi, i sistemi di valutazione, la gerarchia, la professionalità di chi ci lavora e dei dirigenti e cosi via.

Ho ritrovato questo splendido trafiletto di Michele Serra, pubblicato non pochi anni fa, che già sintetizzava in modo mirabile come una semplificata e banale cultura aziendalista abbia fortemente compenetrato, peggiorandola, la nostra vita personale e professionale. Sintetizzava l’idea, che ha avuto un corrispettivo in politica con l’avvento di partiti azienda e aziende partito, che chi gestisce una azienda, un manager, sia dotato di uno status superiore e da considerarsi un modello per ogni ambito della nostra esistenza. Tanto da rendere minore e oscurare qualsiasi attività non sia immaginata come aziendale. Tra cui, negli ultimi 20 anni, anche la cultura, da svalutare e irridere, salvo poi, alla bisogna, correre a comprarsi le lauree in Albania. Accedi per continuare a leggere il post

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Parole a distanza


Scuola Coop propone delle interviste ai consulenti e agli studiosi con cui ha collaborato nel corso del tempo, per riflettere sulla situazione attuale secondo la materia e i temi trattati da ciascuno di loro. Abbiamo provato a farci raccontare come i diversi saperi si interrogano su quanto sta accadendo, quali prime riflessioni si alimentano verso un futuro che ancora non si sa quanto prossimo.