Archivio | Blog

Coop Motion: i nuovi prodotti

Scuola Coop ha voluto raccontare la nascita dei nuovi prodotti a modo suo. Ha addirittura organizzato una sfilata tutta per loro. Un evento fantastico, durante il quale il “prodotto blu” lascia il testimone al “nuovo Tutela”, per cambiare con una ventata di nuova energia, mantenendo lo stesso cuore, la stessa anima e la stessa passione!

Un ringraziamento speciale va a Monia che ha creato le figure dei prodotti, a Matteo che le ha fatte muovere e agli amici di Scuola Coop che le hanno fatte parlare.

Qui trovate il link della playlist di Coop Motion, dove ci sono le prime due puntate da cui sono tratti i flashback di Born to be Coop e il “singolo” dei Rolling Solidal.

Buona visione!

Pubblicato in Blog - Commenti (0)

Due libri belli

revelliDue libri simili e complementari al contempo.

Due libri che raccontano le difficoltà e le speranze di un paese al di là della cronaca contingente, sia essa lustrata o drammatizzata.

Uno è “Non ti riconosco-un viaggio nell’Italia che cambia” di Marco Revelli.

L’altro è “Addio- il romanzo della fine del lavoro” di Angelo Ferracuti.

Sono libri belli perché se ne coglie la passione che li ha mossi, lo studio a monte e l’immersione poi nei territori reali, perché “la mappa non è mai il territorio” bisognerebbe ricordarselo quando ci facciamo bastare i report per prendere le decisioni.

E nei loro viaggi scopri interlocutori sconosciuti, le persone che fanno la storia quotidiana con i loro piccoli e grandi drammi, con le loro idee e le loro energie.

Sono libri simili perché prendono a riferimento dei luoghi e attraverso la loro storia economica e sociale raccontano il paese intero, come se queste storie fossero dei frattali attraverso i quali riconoscere l’intero.

ferracutiSono libri complementari perché quello di Revelli va in orizzontale e attraversa l’Italia da nord a sud (Torino, la Brianza, il Nordest, Prato, Taranto, Gioia Tauro, Lampedusa) con storie di crisi, di illegalità e tentativi di rinascita ( tra tutte meravigliosa l’esperienza  della De Masi Costruzioni di Gioia Tauro, invenzioni continue  e resistenza all’andrangheta ). Leggi il seguito

Pubblicato in Blog - Commenti (0)

Oroval

b1f0735cover26424Sono considerato da tutti un lavoratore instancabile, e se vogliamo considerare il pensiero e la riflessione come un lavoro, allora lo sono davvero, perché ho dedicato loro tutte le mie ore da sveglio. Se il lavoro invece è considerato come una prestazione eseguita in un determinato tempo e in base a un ruolo ben definito, allora io sono il peggiore degli scansafatiche. Ogni sforzo eseguito sotto costrizione esige un grande sacrificio in termini di energia vitale. Non ho mai pagato un tale prezzo. Al contrario ho prosperato grazie ai miei pensieri.” (Nikola Tesla)

“Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza, dicono gli studiosi di economia politica. Lo è, accanto alla natura, che offre al lavoro la materia greggia che esso trasforma in ricchezza. Ma il lavoro è ancora infinitamente più di ciò. È la prima, fondamentale condizione di tutta la vita umana; e lo è invero a tal punto, che noi possiamo dire in un certo senso: il lavoro ha creato lo stesso uomo.” (Friedrich Engels)

“Il lavoro è l’amore reso visibile.” (Kahlil Gibran)

“Il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni.” (Sebastiano Vassalli)

Si trovano tante citazioni sul lavoro e sembra proprio che si dividano equamente tra  due grandi polarità:

iattura dalla quale liberarsi per poter vivere la vita che vale la pena vivere

elemento costitutivo della  persona senza il quale viene meno il pensarsi umani.

In questo ampio spazio tra i due poli si muove la proposta di riflessione di Stefano Massini, particolarmente interessante perché proviene dal mondo del teatro dove lui “lavora”, che ha nelle parole la materia prima della propria proposta, e proprio per questo ne offre delle prospettive articolate, mai banali.

Fin dalle radici etimologiche questa dialettica rimane irrisolta: perché se è noto che il latino labor afferisce alla fatica, quasi al dolore (si pensi all’uso del travagliare di derivazione francese) forse è meno noto, ma non meno importante, che risalendo alle  radici sanscrite del termine labor  si scopre che afferiscono all’idea di “conseguire ciò che si desidera”. Lavoro come pura punizione, lavoro come compiuto atto creativo. Lavoro manuale e lavoro intellettuale, colletti blu contro colletti bianchi, mestiere contro professione e così via ..fino ad arrivare nel nostro piccolo mondo alla disputa mai sanata tra chi lavora nei negozi e chi sta nelle sedi.

Qual è il termine che prova a suturare questa ferita secondo Massini? E qui cadiamo dalla padella alla brace, perché è un sinonimo di derivazione militare: occupazione (ob-capere e cioè controllo, supremazia). Il nostro impiego (per chi ce l’ha) indipendentemente dall’essere manuale o mentale, rapisce il nostro tempo, lo occupa militarmente al punto tale che ogni altro spazio  viene definito tempo libero. Liberato.

Il percorso di Massini poi prosegue in maniera godibile ma mai banale sempre scavando sotto il significato dei termini che diamo per  scontati nel loro utilizzo quotidiano, fino ad incontrare l’automa, il nipote del robot (dal ceco robota, cioè lavoro pesante). E qui sono cavoli amari per usare un eufemismo: perché per la prima volta lo strumento, il mezzo per faticare meno, assume il ruolo di controllore sull’uomo con un rovesciamento di ruoli  inedito e inquietante. Tanto che oggi non si riesce più a parlare di lavoro senza avvertire la pressione minacciosa di un altro sostantivo, come problema, che oramai si è fuso con il primo  nelle nostre teste.

E allora sembra particolarmente adeguata al momento un ultima citazione che riportiamo

“È evidente che più la società si fa tecnologica, più si riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che è sempre stato il sogno più antico dell’uomo: la liberazione dal lavoro si sta trasformando in un incubo”. (Umberto Galimberti)

Pubblicato in Blog - Commenti (0)

Postcapitalism

postcapitalismoSembra quasi un paradosso che l’idea portante del pensiero di Mason, cioè l’abbondanza e tendenziale gratuità della risorsa centrale dell’economia del terzo millennio, l’informazione, sia affidata ad un oggetto vetero come il libro, peraltro con il suo bravo prezzo di copertina  (con l’e-book la questione cambia di poco).

Non vorrei che potesse essere un piccolo esempio di come il capitalismo se ne continui  a fregare della sua dichiarazione di decesso.

Sarà che tutti i  “post-qualcosa”  che sono stati lanciati un po’ come moda non abbiano goduto di molta più salute di ciò che annunciavano come superato, ma un po’ di scetticismo queste ennesime campane a morto del sistema di relazioni economiche, sociali e culturali che ci avvolge lo suscitano.

Forse perché la differenza tra chi detiene e chi non detiene i mezzi di produzione non solo rimane marcata, ma è decisamente aumentata nell’ultimo trentennio ( vedi Picketty, Atkinsons ecc..).

Certo sono cambiati sia i mezzi che la produzione ma il succo della faccenda rimane sempre invariato: una profonda disuguaglianza di risorse, di opportunità, di speranze.

Scetticismo dicevamo ed è un peccato perché il libro di Mason è davvero molto, ma molto, interessante, e giustamente offre degli orizzonti non delle ricette.

C’è una prima parte del libro, che grossolanamente potremo definire di storia economica che, per farla breve, è bellissima. Tra le diverse teorie quella che per Mason spicca per capacità analitica e predittiva è quella dei cicli lunghi di Kondrat’ev, basata sulla centralità delle innovazioni scientifiche e tecnologiche: la macchina a vapore, la ferrovia, l’industria pesante, la telefonia, l’elettronica, il nucleare e oggi la tecnologia informatica, nel senso ampio che possiamo dare al mondo delle reti.

Per Mason qui si gioca la rottura del paradigma capitalista: non bastassero le crisi ambientali, economiche e demografiche i cui nodi stanno arrivando contemporaneamente al pettine, è proprio la tecnologia cardine dei nostri giorni a erodere la capacità di tenuta del capitalismo.

I diritti di proprietà vengono completamente rimessi in discussione quando la risorsa centrale dell’economia è l’informazione, che è abbondante e soprattutto riproducibile.

Qui finisce la storia e inizia la lotta dei nostri e dei futuri giorni: da una parte le potenzialità egualitarie ella rete e il suo possibile uso per emancipare l’umanità dalla schiavitù del lavoro e l’ecosistema dai disequilibri del sistema produttivo attuale, dall’altra una realtà che a tutt’oggi parla di un clamoroso accentramento delle ricchezze e di un depauperamento della dignità stessa del lavoro (vedi i cosidetti ddd jobs: dirty, dangerous e demeaning ).

Una stella polare per  capire se la direzione per il post-capitalismo è presa  per Mason è il blocco di ogni privatizzazione: è una leggenda che lo stato con il neoliberismo abbia un ruolo passivo, il neoliberismo si nutre dell’intervento dello stato che deregolamenta la finanza, esternalizza i servizi, impoverisce i cardini del welfare indirizzando la gente verso il sistema privato.

A maggior ragione ciò dovrà o meglio non dovrà (ma oramai è già successo) avvenire per le piattaforme tecnologiche che permettono il dispiegarsi delle relazioni peer to peer in rete. È li che si dispiegherà parte fondamentale dello scontro tra il 99% e l’1%. In bocca al lupo a noi tanti.

Pubblicato in Blog - Commenti (0)

Dare un nome al terzo settore

venturi_zandonai20160426152402Le parole costruiscono mondi. E il modo in cui definiamo una novità, ad esempio un soggetto sociale inedito, ne segna il destino e ne disegna la tifoseria a favore e quella contro.

A Scuola Coop pochi giorni fa abbiamo realizzato una giornata di lavoro sul tema della sharing economy, in italiano economia della condivisione, altrimenti detta peer to peer economy o new economy o chissà in quali altri modi diversi. Perché tanta ridondanza di nomi? Perché a questa galassia di nomi corrisponde una galassia di esperienze imprenditoriali di natura diversissima tra loro: si va dal mercato di scambio di beni usati totalmente analogico perché locale, all’impresa piattaforma che a livello mondiale connette milioni di utenti, estraendo valore da ogni transazione. Possibile tenere tutto insieme? La confusione lessicale rende davvero ardua l’analisi.

Un’altra definizione che in questo momento nel panorama economico suscita un interesse estremo ma apre fronti di ambivalenza estremi è “terzo settore”. Una definizione che è identica in inglese (third sector) e sulla quale si è espresso di recente dall’Università di Stanford il prof. Henry Mintzberg, studioso di organizzazioni di rilievo mondiale, sostenendo che i tempi sono maturi per parlare di plural sector. Che non è il settore pubblico, né quello privato, ma non per questo merita un nome “residuale”. Si definisce quindi settore plurale qualsiasi attività svolta da un gruppo di persone che è di proprietà del gruppo stesso o di una comunità.

Un settore di importanza fondamentale, soprattutto per soddisfare quei bisogni di appartenenza che gli esseri umani hanno, al pari – sottolinea ancora Mintzberg – dei bisogni di protezione e di accesso ai beni di consumo assicurati rispettivamente dal settore pubblico e privato. I tre settori sono stati in equilibrio fino al 1989, poi con la caduta del Muro di Berlino il capitalismo, e con esso il settore privato, hanno preso il sopravvento. Fino ad arrivare oggi a un tale livello di individualismo e di crisi del sistema che solo la crescita del settore plurale può riequilibrare il sistema.

Fin qui la visione di Mintzberg, a partire dalla quale una domanda sorge spontanea: l’impresa sociale – altro modo per riferirsi ai soggetti del terzo settore – è uno strumento per attenuare un sistema che comunque ha senso che resti quello capitalistico (quello che ci accompagna dal crollo del Muro) oppure è una leva che può rovesciare la prospettiva e rendere la socialità elemento centrale dell’economia? Se così fosse la competitività di un’impresa verrebbe influenzata dalla sua portata di coesione sociale e inclusività, andando ben oltre l’approccio prevalente oggi, per cui la responsabilità sociale d’impresa è un corollario, qualcosa di residuale.

In quest’ultima prospettiva si inseriscono le riflessioni di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, contenute nel recente libro “Imprese ibride”, edito da Egea nel 2016. Scenari di cambiamento radicale per il terzo settore, che la recentissima legge italiana sul terzo settore potrà contribuire a generare, attraverso i regolamenti che ne deriveranno.

Cosa sono le imprese ibride? Imprese dove gli attori del sistema possono tutti concorrere, per generare valore, che è contemporaneamente economico e sociale. Sono imprese che nascono sulla base di bisogni reali, in cui se i promotori sono imprese lucrative significa che esse stanno tenendo sempre in maggiore considerazione le dimensioni sociali e ambientali (assieme a quelle economiche); se i promotori sono soggetti no profit significa che stanno incrementando l’attenzione alla sostenibilità economica e al riversamento dei benefici prodotti sulla comunità.

Le imprese ibride offrono soluzioni creative a temi insoluti, infatti spesso hanno al forma di start-up. Ma mentre questo termine ci richiama subito alla mente le start-up tecnologiche, le start-up ibride hanno invece una connotazione sociale, nascono per produrre innovazione sociale. Ancora una volta la lingua non ci aiuta e urge semplificare il modo in cui potersi riferire a strutture così importanti.

Esempi? Per restare nei pressi del nostro mondo, pensiamo alle Cooperative di Comunità. Modelli di impresa su base locale che nascono per dare risposte ai bisogni della comunità, che né il settore pubblico né quello privato riesce a soddisfare. Si tratta di realtà in cui le persone possono mettersi insieme per mantenere in vita la comunità stessa attraverso la co-produzione di servizi: i cittadini sono al tempo stesso erogatori e fruitori di servizi che riguardano l’educazione, il welfare, la cultura. Oppure si mettono insieme per rigenerare e valorizzare risorse locali, creando nuova attrazione turistica e culturale.

Altra caratteristica interessante dell’impresa ibrida: il carattere inclusivo della governance. La legge appena approvata le definisce infatti come aperte “al più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati alle sue attività”.

Resta aperto il tema del nome. Imprese ibride? Terzo settore?… Possiamo fare di meglio, per battezzare le imprese che cambieranno il mondo?

Pubblicato in Blog - Commenti (0)

Perché secondo noi CosmEtico ha vinto

cosmeticoPer  noi di Scuola Coop tutti i progetti hanno vinto il Contest che si è appena concluso. Durante la giornata finale abbiamo voluto leggere le nostre motivazioni e anche un po’ prenderli in giro. Potete trovare qui la lista di tutti i progetti, leggerli integralmente e anche guardare le presentazioni. Adesso vi diciamo perché, secondo noi, CosmEtico ha vinto.

CosmEtico ha vinto perché nel loro negozio vorresti andarci sempre. Farti coccolare dai toni caldi e dall’ambiente raffinato. Vince perché ce n’è per tutti: signore giovani e meno giovani e naturalmente signori. Vince perché nella Galleria San Federico di Torino già c’è la fila che aspetta l’apertura del loro concept store. A loro l’i-phone gli fa un baffo!

CosmEtico vince perché sottolinea una bellezza che nelle nostre Cooperative già c’è e che loro traducono in questa proposta, semplice ed elegante. Vincono perché parlano di gesti quotidiani, che bene riescono a far uscire dalla routine: i prodotti per la cura della persona che usiamo tutti i giorni devono essere sicuri, etici, solidali, ecologici. Consapevoli è bello, anche nei piccoli gesti.

CosmEtico vince perché hanno pensato a tutto: il benessere lo assorbi, leggendo il loro progetto tutto d’un fiato.

Vince perché quando arrivano loro l’aria si profuma di mughetto e ti viene da sbattere le ciglia.

I CosmEtico vincono perché loro belli lo nacquero, e perché non hanno usato trucchi bassi per vincere, solo make-up di qualità.

Vi sembra una presentazione troppo fashion? Ma loro sono molto fashion!

E oggi vincono. Perché la bellezza… salverà il mondo.

Per leggere il progetto e guardare la presentazione, vai qui!

IMG_7507

Un sentito GRAZIE ai componenti del gruppo:

GIOVANNI ACCURSO, ORNELLA CARPINTERI, STEFANIA GIGLIOTTI, MARICA SORRENTINO, PAOLA MANCA, SARA MENDITTO, FABIO PETTINI, SARA LANDUCCI

Pubblicato in Blog - Commenti (0)

Perché secondo noi YouCoop ha vinto

YouCoopPer  noi di Scuola Coop tutti i progetti hanno vinto il Contest che si è appena concluso. Durante la giornata finale abbiamo voluto leggere le nostre motivazioni e anche un po’ prenderli in giro. Potete trovare qui la lista di tutti i progetti, leggerli integralmente e anche guardare le presentazioni. Adesso vi diciamo perché, secondo noi, YouCoop ha vinto.

YouCoop ha vinto perché è riuscita a spiazzarci. Ha proposto un’idea talmente innovativa e futuristica che poi, quando ci hanno detto che in realtà era una App non ci si voleva credere.

E invece fin dalla prima pagina la sorpresa: questa non è l’ennesima App che rende funzionale la spesa, che ti fa godere di promozioni personalizzate, ti fa fare la lista ad hoc ecc.

Cioè, è anche tutte queste cose, ma è innanzitutto uno strumento messo a disposizione dei soci per aumentare la possibilità e il piacere di partecipare attivamente alla vita della cooperativa a 360 gradi.

Infatti la prima funzione che si trova è quella del voto dei progetti sociali che Coop propone sui singoli territori e questo voto viene intelligentemente legato agli aspetti della proposta commerciale.

Ecco che allora YouCoop è un progetto che non solo tiene connessi ma diremmo che è costituito dall’indissolubile legame tra l’anima sociale e quella commerciale delle nostre cooperative.

Il punto vendita come luogo fisico di incontro ma lo fa vivere ovunque il socio si trovi. E le prospettive possibili di uno strumento del genere fanno intuire come il tessuto partecipativo e democratico delle cooperative possa essere innovato e reso ancor più vitale di quanto sia oggi.

Inoltre alcune caratteristiche peculiari ne fanno il naturale vincitore del coop contest 2016:

La prima: l’alto tasso di presenza femminile nel gruppo. Capite bene che mettere al lavoro sette cervelli maschili e solo uno vero, quello di Federica, necessita di uno sforzo immane, che non può non essere premiato.

La seconda: l’estrema, quasi ultraterrena, puntualità dimostrata sempre dall’intero gruppo.

Per leggere il progetto e guardare la presentazione, vai qui!

youcoop

Un sentito GRAZIE ai componenti del gruppo:

MICHAEL BOZZOLINI, DOMENICO GRECO, ALBERTO PASSINI, STEFANO ZODIACI, FEDERICA PICCININI, MICKAEL GAUTHERON, CHRISTIAN SALVADOR, CLAUDIO ROCCO, ALESSIO DAMIANO

Pubblicato in Blog - Commenti (0)

Oltre il confine: L’economia collaborativa è cooperazione?

definitivo volantino 7 giugnoL’approfondimento del pomeriggio e i materiali completi

Il 23 giugno 2016 si è svolto a Scuola Coop un seminario del ciclo “Oltre il Confine” dal titolo “L’economia collaborativa è cooperazione?”. Al mattino abbiamo ascoltato quattro interventi sul tema della sharing economy mentre al pomeriggio abbiamo interagito con operatori di questo settore e con colleghi che stanno seguendo progetti di economia collaborativa nelle Cooperative. Abbiamo infine cercato di portare a sintesi le riflessioni dei partecipanti.

In questo articolo spieghiamo i motivi che hanno portato Scuola Coop a promuovere il seminario del mattino e ripercorriamo in sintesi i contributi di Andrea Rapisardi, Marta Mainieri, Vanni Rinaldi e Trebor Sholz.

Nel pomeriggio abbiamo dialogato con Luisa Galbiati, promotrice della piattaforma di cucina diffusa SoLunch, e con Michele Pasinetti, direttore generale della rete Cauto, che ha promosso il Banco di Comunità di Castiglione delle Stiviere. Inoltre abbiamo conosciuto in anteprima, insieme a Riccardo Olmi di INRES, il progetto “La spesa social” che dall’autunno sarà attivo in alcuni supermercati Coop e il progetto Il crowdfunding per San Paolo di Pisa che ci è stato raccontato da Claudio Vanni di Unicoop Firenze. Accedi per continuare a leggere il post

Pubblicato in Blog - Commenti disabilitati su Oltre il confine: L’economia collaborativa è cooperazione?

Perché secondo noi Coop on the road ha vinto

coop on the roadPer  noi di Scuola Coop tutti i progetti hanno vinto il Contest che si è appena concluso. Durante la giornata finale abbiamo voluto leggere le nostre motivazioni e anche un po’ prenderli in giro. Potete trovare qui la lista di tutti i progetti, leggerli integralmente e anche guardare le presentazioni. Adesso vi diciamo perché, secondo noi, Coop on the road ha vinto.

Coop on the road ha vinto perché la storia di Maometto  che non va alla montagna con quel che ne consegue  ha sempre una sua valida ragione di esistere.

È una delle costanti delle tre edizioni del contest: i nostri giovani ci dicono che non è più sufficiente aspettare i clienti all’interno dei nostri punti vendita…bisogna andarli a cercare anche laddove sono.

In questo filone coop on the road si inserisce con una proposta nuova che ha il sapore antico delle cose giuste: abbiamo minimercati, supermercati, ipermercati …ma non andiamo nei mercati.

È ora di attrezzare camioncini in maniera moderna, riempirli del nostro prodotto a marchio e andare a proporli a Maria, Teresa, Giovanna e pure Angela e forse anche a Carmine o Nicola ecc…. Avete capito il concetto….torniamo nelle piazze, nelle strade, nei quartieri e facciamo che i risultati non siano solo i fatturati, che pure saranno copiosi, ma anche migliorare la capacità di proposta da parte del nostro personale e soprattutto attivare antenne sensibilissime per cogliere in tempo reale umori e richieste che poi ci torneranno utilissimi nelle nostre classiche aree di vendita.

Inutile dire che il camion poi lo potremo utilizzare in maniera flessibile, negli eventi straordinari o come veicolo di comunicazione e di presentazione delle nostre novità.

Insomma siamo pronti a metterci in moto e quindi ringraziamo il gruppo di coop on the road, la quintessenza di un gruppo a leadership diffusa in cui l’equa suddivisione del lavoro ha rappresentato la chiave di volta del successo.

Per leggere il progetto e guardare la presentazione, vai qui!

on the road

(Questa foto immortala il momento in cui Coop On The Road ha vinto il premio “Giuria popolare”. Ci sono un po’ di intrusi, ma la celebrazione rendeva doverosa la presenza di tutta Scuola Coop)

Un sentito GRAZIE ai componenti del gruppo:

ALESSANDRO SERVETTI, ANTONIO D’ACUNTI, ALBERTO MONTAGNANI, MAURIZIO ZERO, MARCO FERRI, ELISA VALERINI, MARTINA BATTAGLINI

Pubblicato in Blog - Commenti (0)

Perché secondo noi EventinCoop ha vinto

eventincoopPer  noi di Scuola Coop tutti i progetti hanno vinto il Contest che si è appena concluso. Durante la giornata finale abbiamo voluto leggere le nostre motivazioni e anche un po’ prenderli in giro. Potete trovare qui la lista di tutti i progetti, leggerli integralmente e anche guardare le presentazioni. Adesso vi diciamo perché, secondo noi, EventinCoop ha vinto.

EventinCoop ha vinto perché ha fatto una clamorosa scoperta di marketing esperenziale : si è accorto che Pasqua e Natale ci sono una volta l’anno mentre i compleanni, le cene tra amici, i piccoli eventi  ci sono tutti i giorni.

A parte gli scherzi EventinCoop ha vinto perché ha messo insieme ingredienti semplici e ha sfornAto la ricetta vincente: la qualità della proposta coop e il proliferare delle occasioni in cui i soci possono usufruire di un supporto per l’organizzazione di medi e piccoli eventi ( compleanni, ricorrenze, cene tra amici, pranzi di lavoro) .

Si tratta allora di passare dalla situazione attuale avete presente no? il cliente fedele  si attiva chiede alla gastronoma se…no guardi vada alla forneria…si si faccia la fila un attimo …come? per quando? Ma cosa  si può ordinare, ah  poi però mancano le teglie, poi devo comperare le tovaglie  ecc…  insomma grazie lo stesso …

Dicevamo con eventicoop si passa ad una situazione in cui è il punto vendita che comunica, organizza l’offerta, struttura il supporto e permette la realizzazione semplice degli eventi. E a quel punto al cliente non rimane che far bella figura con gli amici e godersi la festa.

Di fronte ad una offerta semplice ma di qualità anche chi fino ad oggi si barcamenava da solo nell’organizzazione non potrà non considerare i vantaggi di farsi servire a prezzi e qualità Coop….

Da questa base poi partiranno opportunità per servizi aggiuntivi che insieme a partner affidabili potranno cogliere nuove occasioni di mercato.

EventinCoop è quindi un tassello importante di quello che potranno essere i punti vendita di domani: dei luoghi in cui il valore dei prodotti viene esaltato dal valore aggiunto dei servizi che si riescono ad offrire, utilizzando al meglio le risorse di cui disponiamo che oggi sono spesso sottoutilizzate.

EventinCoop ha vinto per tutto questo ma chi può sottovalutare il fascino oscuro, la morbosa e irresistibile attrazione, l’attualità  evergreen della bomboniera vero  feticcio che ha accompagnato le relazioni interne al gruppo in un crescendo di amorosi scambi di opinione.

Per leggere il progetto e guardare la presentazione, vai qui!

13692725_10208210916488043_8819447827154378185_n

Un sentito GRAZIE ai componenti del gruppo:

LUIGI GIOVANI, ALESSANDRO BOCHICCHIO, ALESSANDRO TOTI, DEBORA NUTI, LUANA DI BARI, SAIDA MEJIA CONTRERAS MARIBEL

Pubblicato in Blog - Commenti (0)

Pagina 5 di 59« Prima...34567...102030...Ultima »

Blog “360 gradi”


Parliamo di…

Scene di vita quotidiana a Scuola Coop. Racconti dai corsi, seminari e gruppi di studio. Sguardi sul mondo accompagnati da buone letture e suggestioni cinematografiche. Con i contributi dei colleghi delle Cooperative.

Parole a distanza


Scuola Coop propone delle interviste ai consulenti e agli studiosi con cui ha collaborato nel corso del tempo, per riflettere sulla situazione attuale secondo la materia e i temi trattati da ciascuno di loro. Abbiamo provato a farci raccontare come i diversi saperi si interrogano su quanto sta accadendo, quali prime riflessioni si alimentano verso un futuro che ancora non si sa quanto prossimo.