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4a Serie Speciale – Contest a Scuola Coop del 11/11/2017

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Comunicazione delle otto idee selezionate per diventare i progetti della Quarta edizione del Contest di Scuola Coop.

Oh finalmente la Gazzetta Ufficiale ci ha dato il via libera possiamo parlarne!!

Al termine di due percorsi diversi di votazione, quello popolare dei partecipanti stessi e quello della giuria dirigenziale, abbiamo gli otto concept del contest.

Ora dite la verità quando andate a trovare i vostri amici neogenitori vi sperticate in complimenti che risultano, se presi alla lettera, un pochino debordanti rispetto alla realtà: “ma che bellissimo bambino tutto suo papà ( che di bello ha giusto il garage con gli attrezzi)” “guarda che dolce ‘sta bimba tutta sua mamma (nota per la verità ai più come tendenzialmente acida)” ecc… ma perché le parole in quel contesto vogliono solo esprimere la felicità, quella reale, per una nuova meravigliosa, faticosa, uguale a tutte e diversa da tutte avventura che si è messa in moto.

Ecco dire ora che le otto idee del Contest sono bellissime, che attraverso loro si possa leggere in nuce il futuro di una Coop più bella, più viva, più vicina ai desideri dei suoi soci assume un po’ lo stesso valore: siamo felici di averle e siamo pronti e vogliosi di farle crescere, lievitare, arricchirsi fino a diventare davvero, come le 29 che l’hanno precedute, una base possibile per la Coop a cui vorremo bene.

Intanto per rimanere nell’esempio neonatale c’è una grossa sorpresa, non prevedibile statisticamente: 8 fiocchi rosa. Sono infatti tutte colleghe le proponenti dei concept selezionati: qualcosa vorrà pur dire, ma io non lo voglio dire. Fate voi! Per completezza dell’informazione tra i 61 partecipanti 24 maschi ci sono, meno della metà ma non trascurabile come percentuale.

Cosa propongono questi concept? Il testo completo ve lo alleghiamo nel file (in fondo alla pagina), per farla breve le prime parole chiave dei progetti che verranno: mamme e bambini (!), legalità, social networks, salute, formazione, tecnologia, sfuso, Coop, Coop, Coop… e ancora Coop!

A fine Novembre avremo i gruppi e comincerà davvero quel percorso così peculiare, che senza neanche chiederlo porta tutti a dare il meglio di sé per far sì che quell’esserino, diciamoci la verità a volte un po’ “sgorbio”, possa diventare quel … che noi tutti ci aspettiamo. Accedi per continuare a leggere il post

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Platform cooperativism, ovvero la cooperazione domani

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Qualche giorno fa, il 28 settembre, si è parlato di Cooperazione a Milano, in un contesto stimolante, che ha messo in relazione cooperatori di nuova generazione e di più ampia esperienza, studiosi, e una folta platea di entusiasti, tra cui la sottoscritta.
L’occasione è stata quella dell’incontro “Cooperare, includere, innovare. Le regole del gioco del platform cooperativism”, promosso tra gli altri da Comune di Milano e Fondazione Ivano Barberini. Ospite d’eccezione Trebor Sholtz, docente della New School di New York, fondatore del movimento Platform Co-op. 
Cosa è il platform cooperativism? Non un tema nuovo per Scuola Coop. Ce ne siamo occupati nel giugno 2016, invitando proprio Trebor Sholtz e altri studiosi ed esperti di piattaforme collaborative in Italia. Raccontiamo qui la giornata a Scuola Coop.
In sintesi, il legame tra il platform e il cooperativism funziona così. Leggi il seguito

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L’ecologia organizzativa attraverso i progetti.

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La chiusura dei percorsi Artigiani della Complessità e Cittadinanza Cooperativa 2017.

A Scuola Coop a fine giugno abbiamo raccontato due percorsi che si sono chiusi in contemporanea. Si tratta di Artigiani della Complessità, alla prima edizione, partecipato da circa 25 responsabili di punto vendita che in passato hanno frequentato il Master, e Cittadinanza Cooperativa, alla seconda edizione, a cui hanno preso parte 20 colleghi di diverse cooperative e funzioni.

Perché un evento unico per raccontare due percorsi? Perché i punti di contatto sono molti. Vediamo i principali.

Iniziamo dalla prevalente docenza interna a Scuola Coop, valida in entrambi i percorsi. In Cittadinanza Cooperativa abbiamo attinto al patrimonio di conoscenze che negli ultimi 5 anni (in particolare) abbiamo accumulato. L’economia civile di Luigino Bruni e Leonardo Becchetti, gli studi sulla complessità di Alberto De Toni, i giochi sociologici di Stefano Tomelleri, la psicologia applicata di Adriano Zamperini, l’epistemologia di Miguel Benasayag, per citare i principali punti di riferimento, sono confluiti in un percorso in cui colleghiamo tra loro e mettiamo in circolo le idee. Abbiamo cercato di esserne i custodi, nel senso che l’etimologia latina suggerisce, cioè di averne cura ma anche di farle vivere, di imprimere loro energia nuova, che nasce dalle persone che ne parlano. Ci hanno aiutato, in aula, i molti documenti raccolti negli anni: libri, articoli, video-interviste girate a Scuola.

Per Artigiani della Complessità l’esperienza su cui fare leva era quella del Master Capi Negozio, che si tiene a Scuola da quando abbiamo aperto. L’enorme casistica organizzativa accumulata, il contributo della metodologia Capta per l’analisi dei flussi di acquisto della clientela, l’idea di governare la complessità studiando il dettaglio, l’elemento quotidiano e mai banale, anche se di piccola entità. L’idea che un pezzo in più venduto implichi un impatto nullo sulla struttura dei costi, che è rigida, ma invece possa fare la differenza sul fronte dei ricavi e del margine di punto vendita.

L’altro elemento che accomuna i percorsi è che si superano i confini. In Cittadinanza sono i confini che separano il dentro e il fuori da Coop. I partecipanti vestono i panni di cittadini della propria Cooperativa, chiedendosi come avere un impatto sul proprio ambiente di lavoro, fisico e relazionale, come fare micro interventi sull’organizzazione interna in modo che aumenti il benessere e migliori ogni genere di risultato: economico, di realizzazione personale e di clima. In Artigiani della Complessità i Capi Negozio superano il confine del proprio ruolo, nel senso di ampliarne l’area discrezionale e creativa. Individuare un’opportunità inesplorata nel proprio punto vendita, sviluppare un’analisi, migliorare i risultati di un reparto. Tutti i risultati: economici, di clima, di legame interno.

L’ultimo elemento di contatto è l’idea di ricerca, o se preferiamo di progetto. In entrambi i gruppi si sviluppa durante il percorso una progettualità individuale o di piccolo gruppo, che spesso scaturisce dalle intuizioni che nascono durante il lavoro quotidiano. Come preparo la mia scrivania per accogliere un collega che vuole conoscere il mio lavoro, in un’ottica di scambio orizzontale? Come faccio a vendere più fiori e piante nel mio negozio? Progetti che ci si stupisce non siano già in corso di realizzazione. E che da domani potrebbero ispirare l’azione concreta di un gruppo reale o, a seconda del tema, una progettualità di maggiore dettaglio.

Durante la giornata i progetti degli Artigiani e dei Cittadini li abbiamo ascoltati tutti, e se siete curiosi (giustamente!) i materiali li trovate in fondo alla pagina.

Abbiamo inoltre giocato al gioco delle trasparenze, quel giorno. Sotto le idee di progetto ancora da sviluppare, abbiamo lasciato intravedere la ricchezza di pratiche di artigianato intelligente e di cittadinanza cooperativa che già esistono, nelle nostre Cooperative.

Si prova a dimostrare che cogliere insieme tanti obiettivi – i risultati economici che migliorano, il clima che migliora, la soddisfazione dei clienti che aumenta e crea valore solido per il futuro, i legami sociali che si rafforzano dentro le Cooperative e nei luoghi della cittadinanza vera – è possibile, perché già succede.

Gli esempi virtuosi che abbiamo ascoltato e commentato, interessantissimi ma di certo non gli unici, sono stati:

  • Gli effetti della comunicazione a punto vendita dei contenuti valoriali dei prodotti Viviverde Coop, raccontati da Franco Cioni di Unicoop Firenze
  • I legami sociali inediti che nascono in uno spazio dell’Ipercoop di Collegno alle porte di Torino, raccontati da Sara Tresso di Novacoop
  • I piani operativi di piazza di Alleanza 3.0, che fondono il piano di marketing con l’indagine di clima interno, per realizzare un legame inedito della Cooperativa con le città; un legame a trecentosessanta gradi, che spazia dall’offerta commerciale, alla formazione per tutte le persone coinvolte, ai progetti che si realizzano con le cooperative sociali e i fornitori locali. Ha commentato il video realizzato in Alleanza, la collega Margherita Pattarozzi, una delle protagoniste.

Infine, siccome uno sguardo esterno a Coop non guasta, abbiamo pensato di commentare il vasto materiale condiviso, tra progetti e casi, con due ospiti preziosi.

Il professor Alberto Felice De Toni, Magnifico Rettore dell’Università di Udine, nonché studioso di sistemi complessi applicati alle organizzazioni, ci ha parlato di rapporto tra centro e periferia e di duplicazione del potere, guardando a sistemi organizzativi in cui gerarchia e auto-organizzazione coesistono, e funzionano.

Il professor Stefano Tomelleri, sociologo dell’Università di Bergamo, ci ha aiutato invece a fare sintesi dei tanti stimoli proposti. Mettendo in evidenza come lo sviluppare progetti nei gangli periferici dell’organizzazione, che sono quelli in cui l’innovazione nasce, consente alle persone di sottrarsi all’omologazione che necessariamente è proposta dal centro, poiché legata al bisogno di controllo.

I progetti come motori di un’ecologia organizzativa? Mettono in equilibrio i sistemi complessi? E allora viva i progetti, e a lavoro sulle condizioni di contesto che mettono in grado le persone di svilupparli senza entrare in conflitto con la routine. La questione è aperta, e a Scuola continuiamo a sviluppare buone pratiche.

A cura di Alessandra Gasperini

Materiali del 20 Giugno, giornata di chiusura:

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Il cibo come cultura, il ruolo delle carni

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Marino Niola, antropologo, giornalista e divulgatore scientifico, è intervenuto durante la seconda giornata del seminario I piaceri della carne. Ci ha parlato del ruolo centrale della carne nella cultura dei popoli. Riportiamo qui sotto l’intervista che ci ha rilasciato e la trascrizione del suo intervento.

Fino a quando ci saranno macelli, ci saranno campi di battaglia. Lo diceva Tolstoj che considerava l’associazione tra carne e guerra un inesorabile automatismo della storia. In realtà che bistecche, filetti e cosciotti siano sinonimo di forza virile e del furore bellico è cosa nota dalla notte dei tempi. Ne sono la prova gli appetiti pantagruelici degli eroi omerici, che misurano il loro valore in quarti di bue, spalle di maiale e pecore intere. Secondo una gerarchia che assegna le parti migliori ai combattenti migliori, quelli che hanno collezionato più morti e feriti. Come fa Agamennone, il capo supremo dell’esercito greco quando premia Aiace, che ha ridotto a mal partito Ettore, assegnandogli un intero filetto di bue. E non è meno generoso Achille che ospita Ulisse nella sua tenda e chiede a Patroclo, il compagno diletto, di servire al re di Itaca una spalla di pecora, una capra ben pasciuta e un’intera schiena di porco, “fiorente di grasso”. In quella società di guerrieri la carne ha un valore simbolico tale che l’obelos, lo spiedo, da semplice attrezzo di cottura alla fiamma diventa un parametro di valutazione sociale. Ci sono personaggi che valgono tre spiedi, chi due, chi uno. E chi nessuno. Come dire uomini, sottuomini, ominicchi e quaquaraquà. E per una ragione analoga il kolakretes, lo scalco, che in origine trincia e distribuisce fette, costate, e interiora nei banchetti pubblici, diventa il tesoriere della polis, custode e dispensatore di tutte le sue ricchezze. Come dire che la carne si disincarna e diventa un’astrazione, un’unità di valore, una moneta al sangue.

Ma anche tra le popolazioni celtiche e germaniche, l’uomo di rispetto è quello che spopola nella caccia. O nella guerra. O in entrambe. Nel Walhalla, il paradiso nordico, gli eroi passati a miglior vita non fanno altro che menare le mani e correre dietro al mitico cinghiale Saehrimnir, che ogni giorno finisce immancabilmente accoppato e arrostito. Per poi rinascere nottetempo e ricominciare la solita solfa fino al giorno del Ragnarök, lo scontro finale tra le potenze della luce e quelle delle tenebre. Roba da signore degli agnelli. Il mito riflette, insomma, un’idea del combattimento come valore in sé. Come fine e non come mezzo. Un po’ quel che succede nei favolosi Sabba delle streghe, quando le lascive maliarde mangiabambini divorano carne a quattro palmenti. Ma come per incanto, salsicce e costate continuano a riprodursi. Per gli inquisitori è la prova inequivocabile di una peccaminosa volontà di potenza delle donne che si sfondano come lanzichenecchi.

E che vi sia una relazione strettissima tra carne, crudità e crudeltà lo dice la parola stessa. Che alcuni fanno derivare da una radice *kru, che indica proprio la morte, la violenza, la durezza. Mentre altri ritengono che all’origine dell’espressione ci sia l’indoeuropeo *ker, tagliare. Di qui le nostre tagliate che la rucola tenta invano di redimere.

Crudeltà o lascivia la carne è sempre un peccato. Ne sono convinti i padri della Chiesa che vedono nella passione per arrosti e spezzatini un pericoloso cedimento alle tentazioni della carne. È una tendenza che attraversa l’intera storia del cristianesimo e tocca le sue massime punte di diffusione tra i gruppi a tendenza ascetica e penitenziale. Non a caso i monaci medievali, per distinguersi dai barbari mangiatori compulsivi di carne, discesi dal nord rilanciano alla grande il vegetarianesimo. Per ragioni morali più che nutrizionali, ideologiche più che fisiologiche. In molti conventi ci sono addirittura due cucine, una grande per le verdure e l’altra piccola per le proteine animali. Per non confondere il puro e l’impuro. Aveva proprio ragione Emile Cioran a dire che dentro ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio. E in fondo c’è qualcosa di queste antiche concezioni anche nei cosiddetti vegan-sexual, che in nome del “cruelty-free sex” (sesso non violento), rifiutano partners carnivori. “Non posso pensare di baciare delle labbra che hanno toccato animali fatti a pezzi”, dice una giovane donna di Auckland intervistata nel corso di una ricerca dell’Università di Canterbury e del New Zealand Centre for Human-Animal Studies, che ha analizzato un campione di vegani e vegetariani, per lo più donne, sul tema della vita non violenta. E molte intervistate sostengono che i corpi non vegani hanno un odore diverso perché sono fatti di carcasse di creature assassinate. O addirittura che il corpo dei mangiatori di carne è un cimitero per animali.

Numerose teoriche del femminismo, come Carol Adams, editorialista del Washington Post e autrice di The Pornography of Meat (La pornografia della carne), affermano che le donne sono prede e vittime di un immaginario machista che si alimenta di “ belle bisteccone”, di “bocconcini appetitosi ” e di “pollastre sexy”. Facendo dell’uso e abuso del corpo animale lo specchio dell’uso e abuso del corpo femminile. Perché, come si sa da sempre, l’uomo è cacciatore. Proprio per questo nel Medioevo i disertori e i codardi venivano umiliati con l’esclusione dal consumo della carne. Perché si erano comportati da femminucce e pertanto non erano più degni di mangiare cibo da veri uomini. Insomma da Beefeaters. Letteralmente mangiatori di manzo. Così vengono chiamati ancora oggi i guardiani della torre di Londra. Soldati fidati che dal Seicento sono i custodi della stabilità dell’Impero Britannico. Un ruolo che ha il suo contrassegno simbolico nel diritto a ricevere un’imponente razione di carne giornaliera. E quando nel 2007 una donna ha indossato per la prima volta l’esclusivissima divisa rossa e blu, la novità ha provocato una ribellione sotterranea tra i suoi commilitoni. Perché evidentemente l’idea di una “mangiatrice di manzo” in gonnella fa crollare l’impalcatura ideologica su cui si regge l’ordine maschilista di questi brothers in arms. E l’idea che la potenza della Corona si fondi sul fantasma di una virilità nutrita di proteine animali doveva essere talmente pervasiva che il vegetarianissimo Gandhi durante la lotta anticoloniale, si era convinto che solo adottando una dieta carnea gli Indiani avrebbero sviluppato gli attributi necessari per mettere alla porta gli Inglesi. Evidentemente il richiamo della carne è così archetipico che perfino l’incorruttibile Mahatma è stato indotto in tentazione.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato una fatwa contro insaccati e carni rosse. E tutti gli appassionati di hamburger, bacon e wurstel si sono chiesti, come Tex Willer, “è una minaccia o un avvertimento?”. Dobbiamo eliminarla del tutto o dipende dai casi? E sui social network si è scatenato prima il panico, seguito da una serie di presunte controprove empiriche, come la dichiarazione provocatoria della donna più anziana del mondo, che dall’alto dei suoi 116 anni, ha dichiarato che la sua colazione abituale è a base di pancetta fritta. E non intende rinunciarvi!

Perché un animale allevato in maniera sana ha senza dubbio meno probabilità di avvelenare il nostro organismo. Insomma è una questione di proporzioni ed equilibrio.

Per questo molti esperti di nutrizione hanno gettato acqua sul fuoco e hanno invitato tutti a non identificare la carne con il demonio, ma a ridurne il consumo. Evitando di diventare come i priscilliani, una setta cristiana del quarto secolo, che temendo in toto i piaceri della carne, aveva deciso di astenersi sia dal sesso che dalla costoletta. In questo senso aveva proprio ragione Emile Cioran a dire che dentro ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio. La carne infatti ha una carica simbolica elevatissima, il che spiega perché alle indicazioni dell’OMS i vegetariani hanno esultato, come se avessero vinto una battaglia e i carnivori si sono ribellati, come se fossero i veri sconfitti. In realtà l’unica vittoria, questa davvero di tutti, sta nell’avere scoperto dove si nascondevano alcuni agenti patogeni.

E poi la soluzione del problema ce l’abbiamo già. Si chiama dieta mediterranea. Che non esclude nessun cibo, ma insegna a mangiare tutto nelle giuste proporzioni. Non a caso le linee guida dell’OMS si rifanno proprio a questo modello alimentare. Che l’UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità. Perché mette d’accordo gusto, salute e convivialità.

Marino Niola

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Ho avuto un maestro

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Sembra quasi un atto di superbia dire che ho avuto un maestro.

Quasi a voler intendere che sono bravo perché l’ho avuto, perché se uno pensasse di essere un coglione difficilmente  comincerebbe a scrivere una cosa dicendo “ho avuto un maestro”.

Vabbe’, il mio maestro comunque non c’è più, anche se beffardamente Facebook si premura di ricordarmi che fra poco è il suo 68esimo compleanno.

Ma che significa non c’è più? L’ho visto poco negli ultimi anni. L’hanno incontrato di più i miei colleghi per un lavoro che avevo piacere facessero insieme, in maniera tale che anche loro potessero godere di qualche scintilla di conoscenza della vita.

E allora se non c’è più ora non c’era più neanche prima… o forse è il contrario? C’era anche prima sebbene non lo vedessi più, e c’è anche ora che, anche volendo, non potrei più incontrarlo. Leggi il seguito

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O-ring, un brivido alla schiena

Quella volta il Capo della Nasa non si accontentò dell’indagine ufficiale ordinata per l’esplosione dello Shuttle del gennaio 1986, in cui avevano perso la vita 7 persone, tra le quali una civile, una insegnante.

Chiamò a indagare il fisico Richard Feynman, premio Nobel per l’elettrodinamica quantistica.

La costituzione della commissione di inchiesta, con tutte le proprie procedure e le complesse relazioni di potere a Washington, impegnò tutti per diverse settimane. La classificazione di ogni oggetto prodotto e assemblato sullo Shuttle comportò la lettura di migliaia di manuali con tutte le procedure e la verifica della gestione delle pratiche operative. In sintesi i Booster venivano recuperati e riutilizzati per i lanci successivi. Ma dovevano tornare rotondi, essendo che le alte temperature avevano un effetto distorsivo della circolarità di ogni singolo pezzo. I pezzi di tubo venivano incastrati uno sull’altro per costituire il serbatoio.  E una volta recuperati dovevano essere riassemblati correttamente per fare decollare di nuovo lo Shuttle.

A un certo punto Feynman chiese di poter parlare con gli operai. Tutti un po’ spaventati, ricevono da lui domande su come vengono riassemblati i serbatoi da parte loro, e come far ricombaciare i buchi e i pezzi. Gli operai avevano suggerito di segnare i buchi per i rivetti, ma il caposquadra che aveva segnalato l’idea non ricevette la risposta perché costava troppo. Ma non costava la vernice, costava rifare tutti i manuali, e fu per questo che non gli risposero neanche. Gli operai avevano altre idee, ma il filtro dei superiori che avevano interesse a far funzionare il progetto con efficienza non consentiva l’efficienza stessa. Avevano persino idea di come riprogettare l’intero giunto. L’O-ring di gomma della giuntura, del costo di pochi dollari, non aveva tenuto alla deformazione dovuta alle alte temperature. Non erano progettati per far fronte all’erosione del metallo. Gli operai lo avevano capito, ma segnalando il problema diventavano, agli occhi dei superiori, degli indisciplinati. Feynman si sorprese constatando che non lo erano per nulla.

La tensione al risultato per il progetto fu simile a quella di Los Alamos, la Nasa volle un nuovo progetto dopo lo sbarco sulla Luna, esagerò sui bassi costi dello Shuttle, gli ingegneri protestarono (non possiamo volare tante volte), ma il Congresso voleva approvare il progetto e non poteva sentirsi dire tutta la verità, così i comportamenti si modificarono, le informazioni spiacevoli che provenivano dal basso furono soppresse dai papaveri e dagli intermedi, la navetta partì, ed esplose. Dato che vertice e base erano molto lontane, la comunicazione si rallentò fino ad interrompersi del tutto. Non tornarono i feedback per correggersi.

Gli avvertimenti percorrevano la gerarchia fin quando qualcuno si accorse che l’errore stava nel manuale, e invece di informare, tralasciò l’informazione. Così non disturbava il sistema. Gli operai ci provavano, ma il caposquadra non riceveva risposta, gli ingegneri non disturbavano le aziende private fornitrici e i dirigenti, i quali non disturbavano i politici, i quali non disturbavano il Congresso. Il Presidente dava gli ordini. Verticalizzazione, gerarchia, procedure, burocrazia, e infine collusione.

Convenienze diverse. Risultato catastrofico.

Adesso sostituisci la NASA con la Coop e pensa cosa potrebbe accadere con tanta efficienza procedurale.

Tasselli Gianni – Cassandra Muta

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Il prodotto a Marchio Coop: un Bene Comune

Il 7 Giugno si è tenuta a Scuola Coop una giornata dedicata al Prodotto a Marchio Coop, organizzata da Scuola Coop e Coop Italia con la collaborazione delle diverse Cooperative intervenute.
L’aggiornamento e l’approfondimento ha riguardato lo sviluppo del piano di rinnovamento del PaM Coop, iniziato l’anno scorso con la presentazione delle nuove linee Origine e Amici Speciali.
Cosa significa garantire una tracciabilità totale, come si sta lavorando sul fronte della qualità e dei controlli di filiera, quali criticità si sono incontrate finora e quali sono stati i risultati raggiunti; quali, infine, i passi che ci attendono. Questi i contenuti portati dai colleghi di Coop Italia che si occupano quotidianamente del nostro Prodotto a Marchio.
Un racconto appassionato, ricco di dettagli e generoso di spunti per tutti i partecipanti: colleghi del commerciale, del marketing, del personale e dell’area sociale che hanno fatto sentire la loro presenza anche attraverso le domande poste agli intervenuti.
Si può fare ancora di più e meglio? Come raccontare la forza del nostro Prodotto a Marchio? Come moltiplicare le esperienze positive portate dalle diverse Cooperative?
Domande specifiche che hanno trovato risposta nelle conoscenze e nel mestiere dei diversi colleghi intervenuti e domande più aperte che invitano a un lavoro collettivo, che testimoniano il valore della condivisione e dello scambio che emerge in giornate come questa, arricchita dalle diverse testimonianze di progetti realizzati nelle Cooperative.
Alcuni di questi hanno messo in evidenza come la valorizzazione del Prodotto Coop non passi esclusivamente dal prezzo di vendita, magari scontato, ma soprattutto dalla conoscenza e dal racconto che chi lavora in Coop trasmette nella relazione con soci e consumatori. Iniziative nate internamente che hanno coinvolto gruppi numerosi di lavoratori, aumentato la conoscenza del PaM con riflessi molto positivi sulle vendite e accresciuto la motivazione delle persone.
Le due nuove linee, Origine e Amici Speciali, sono state al centro della giornata offrendoci un interessante punto di incontro tra la qualità delle filiere e il benessere animale. Quello che passa dalla riduzione dell’uso di antibiotici negli allevamenti ma anche dalla possibilità di offrire una linea di prodotti con le caratteristiche di Coop per gli amici animali che fanno parte delle nostre famiglie.
Due progetti di Cooperativa hanno accompagnato l’aggiornamento sugli sviluppi di Amici Speciali, raccontando della prossima apertura di pet store a marchio Coop e di un progetto che mette in rete Coop, i comuni del territorio e le associazioni a favore degli animali per organizzare una colletta alimentare permanente.
Ci piace pensare che giornate come queste siano ormai un appuntamento fisso a Scuola Coop per coltivare, con il nostro lavoro e la voglia di condividerlo, il bene comune che è il nostro Prodotto a Marchio.

Le interviste dei relatori

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Seminario “Sotto a chi Tocca. La Coop e gli under 40”

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Il 6 e 7 aprile scorso a Scuola Coop, su iniziativa e in collaborazione con l’area Politiche Sociali di ANCC, abbiamo realizzato il seminario “Sotto a chi Tocca. La Coop e gli under 40”.
Si sono alternati studiosi, ricercatori, cooperatori, testimoni, giovani musicisti e attori che raccontando le loro esperienze e le loro visioni ci hanno stimolato a guardare meglio i fenomeni giovanili e, necessariamente, lo stato di salute e le tendenze della nostra società e delle nostre organizzazioni. Ne emerge uno spaccato fuori dai luoghi comuni con le ombre che spesso conosciamo, ma anche con le luci che spesso non siamo in grado di vedere. Certamente uno spaccato che ci interroga non solo sulle cose da fare, ma anche su come Coop sia più o meno adeguata ai tempi e alla cooperazione, quanto e come abbia bisogno di ripensarsi.
Si è trattato di un lavoro di ascolto e di riflessione attiva che proseguirà anche e soprattutto grazie ai suggerimenti e alle suggestioni dei partecipanti che hanno iniziato la loro elaborazione. Una elaborazione trasversale perché il tema “nuove generazioni” (e quindi “vecchie generazioni”) non è confinabile in una funzione o in una disciplina, ma riguarda tutte le funzioni e tutti noi cittadini cooperatori.

Qui sul sito è possibile rivedere e ascoltare integralmente tutti gli interventi. Sulla scheda programma anche le informazioni biografiche essenziali dei relatori.

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Il Dirigente che vorrei… essere. In memoria di Giovanni Falcone

il-magistrato-giovanni-falcone_360411Ogni tanto ci ritorno. E non solo in occasione  dei giorni della memoria.

Torno al ricordo di quell’uomo che, come nel brevissimo ma intenso filmato che propongo, aveva l’onestà di dire alla giornalista Michelle Padovani che il coraggio non è non aver paura ma convivere con la paura. Un uomo, dunque, che per essere quello che era, uno dei più grandi professionisti e dirigenti di questo Paese, non aveva bisogno di gonfiare l’ego e vestire i panni dell’arroganza. Panni sempre ridicoli agli occhi di chi sappia vedere oltre l’apparenza.

Il 23 maggio del 1992 venivano cancellate per sempre dal nostro orizzonte fisico persone che avevano messo al centro del proprio impegno beni comuni come la giustizia, la salute sociale, politica ed economica, la correttezza istituzionale del nostro paese.

Tra questi il giudice Giovanni Falcone, che per molti di noi in quegli anni, insieme a Paolo Borsellino e ad Antonino Caponnetto, rappresentava un punto di riferimento morale a prescindere dalla visione politica e dalla propria collocazione sociale o partitica. Leggi il seguito

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Il pezzo in più

Nel  master dei capinegozio di Scuola Coop il prodotto in più è una sorta di filo rosso che accompagna e lega i diversi argomenti che vengono trattati. Perché il pezzo in più è quello che il cliente prende quando la capacità di offerta del punto vendita lo invoglia.

E come si fa ci si chiede?  Beh intanto non vendendone uno in meno, che tradotto significa che i fondamentali del negozio devono essere a posto, anzi a postissimo.

Fatto questo diverse sono le possibilità come diversi sono gusti i bisogni e desideri dei clienti.

Può essere una relazione positiva con il personale che interagisce con passione e professionalità, può essere un’ambientazione particolarmente accattivante, può essere un cross selling   indovinato, può essere un prodotto nuovo ben segnalato, o magari un prodotto locale che oggi c’è e domani chissà, può essere il valore del prodotto Coop che riusciamo a spiegare…. qualsiasi cosa sia sarà comunque il risultato di un interazione positiva, di una relazione piacevole a 360 gradi con il mondo Coop.

Bene, ma vale la pena darsi da fare così tanto per un solo prodotto in più? Beh in questo video si prova a spiegare che sì, ne vale proprio la pena anche, ma non solo, dal punto di vista economico.

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