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Platform cooperativism, ovvero la cooperazione domani

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Qualche giorno fa, il 28 settembre, si è parlato di Cooperazione a Milano, in un contesto stimolante, che ha messo in relazione cooperatori di nuova generazione e di più ampia esperienza, studiosi, e una folta platea di entusiasti, tra cui la sottoscritta.
L’occasione è stata quella dell’incontro “Cooperare, includere, innovare. Le regole del gioco del platform cooperativism”, promosso tra gli altri da Comune di Milano e Fondazione Ivano Barberini. Ospite d’eccezione Trebor Sholtz, docente della New School di New York, fondatore del movimento Platform Co-op. 
Cosa è il platform cooperativism? Non un tema nuovo per Scuola Coop. Ce ne siamo occupati nel giugno 2016, invitando proprio Trebor Sholtz e altri studiosi ed esperti di piattaforme collaborative in Italia. Raccontiamo qui la giornata a Scuola Coop.
In sintesi, il legame tra il platform e il cooperativism funziona così.
Le piattaforma è un modello di relazione e di business che è destinato a caratterizzare sempre più il settore privato, la pubblica amministrazione e il non profit. La piattaforma è la rete in cui siamo tutti prosumer, cioè potenziali fornitori e consumatori di informazioni e servizi. L’esempio classico è quello di Airbnb, piattaforma digitale che mi permette sia di ospitare un perfetto sconosciuto (referenziato) a dormire a casa mia, che di cercare analoga ospitalità in qualsiasi città del mondo. La relazione che si instaura tra chi aderisce è una relazione tra pari (peer-to-peer), quindi strutturalmente vicina all’idea di mutualismo.
Come si arriva alla cooperativa, allora? Ci si arriva attraverso i diritti di proprietà, e attraverso la governance che ne consegue. Se i proprietari della piattaforma sono gli stessi utenti, ecco che dall’idea di piattaforma si passa rapidamente a quella di comunità. Completa il quadro una governance che porti avanti la tutela delle condizioni di lavoro di tutti gli aderenti. Tema non secondario, visto che in tutto il mondo le piattaforme stanno aprendo il tema, enorme, del lavoro a chiamata, discontinuo e privo di dignità.
Si chiede ad esempio Andrea Rapisardi, Presidente della Cooperativa Lama, nella tavola rotonda che ha concluso la serata, quanta distanza ci sia tra l’idea dei prosumer connessi a una piattaforma e quella della cooperativa multistakeholders, cioè multiservizi, come spesso sono le cooperative di comunità. La distanza è di carattere culturale: passa dalla necessità, da parte delle cooperative, di capire l’innovazione digitale e imparare a usarla, ad esempio. Nella medesima tavola rotonda Ivana Pais, docente della Cattolica di Milano, chiama in causa direttamente le cooperative italiane. Raccontando come diversi anni fa, iniziando a studiare le piattaforme collaborative, si fosse stupita del fatto che il nostro sistema cooperativo non le avesse sposate immediatamente. Il tema è ancora culturale: le piattaforme si presentavano come un modello alternativo, una specie di uragano, difficile da comprendere e avvicinare. Dopo qualche anno sembra che la distanza si stia assottigliando, ma, sottolinea Pais, attenzione a sottovalutare la portata dell’innovazione. Citando la recente acquisizione di Whole Foods da parte di Amazon, lei prevede infatti che il gigante dell’online cambierà drasticamente la catena della grande distribuzione tradizionale.
Andando oltre l’esempio, si tratta di capire che quando due mondi si incontrano, nel nostro caso le piattaforme e la cooperazione, nessuna delle due parti resta quella che era prima: si ricompone un puzzle nuovo, che cambia gli attori in gioco. Ecco perché è importante approcciare il platform cooperativism, o più in generale le opportunità che le piattaforme digitali aprono, con una forte identità di cooperatori. Pronti a capire cosa significa fare cooperazione e innovazione sociale domani.
Alcune start-up cooperative italiane, strutturate come piattaforme, erano presenti all’evento milanese. Ne cito una per tutte, quella che mi ha incuriosito di più. Si tratta di Smart, società mutualistica che nasce per tutelare e gestire progetti creativi. I soci sono artisti, ma anche maestri di yoga, traduttori, professionisti in ambito culturale. Che si mettono insieme per “avere una paga il 10 del mese”, si legge testuale sul sito, al di là dei rischi della libera professione.
Ecco un esempio semplice, che spiega tutto: la piattaforma è il modello, il digitale è il mezzo. Aprono mondi che non sono alla portata di chi opera in modalità tradizionale. Le finalità sono quelle che da oltre centocinquant’anni spingono le persone a mettersi insieme.

A cura di Alessandra Gasperini

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