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Alcune buone ragioni per rimettersi a studiare

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In memoria di Tullio de Mauro, scomparso il 5 gennaio scorso. Lo ricordiamo con commozione, ricordando l’intervista che ci ha regalato.
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Post dello scorso ottobre 2014

La prima buona ragione è che la crisi non è solo economica, ma culturale sociale, antropologica. Ambientale. Ma se ne parla come se fosse qualcosa al di fuori di noi, una cosa che capita accidentalmente e che subiamo. Se ne parla come l’automobilista che nel traffico cittadino impreca contro gli altri automobilisti rei di non facilitargli la vita con la loro presenza. E se si fosse anche noi a provocarla la crisi, invece che subirla, con stili di vita, di pensiero e organizzazioni inadeguate al ben vivere?

La seconda buona ragione è che non è possibile non avere/essere una cultura. In Coop stiamo progressivamente perdendo consapevolezza di quale sia la nostra. Penso che non riflettere, non mettere mano, non considerare tempo utile la manutenzione della propria cultura possa essere catalogato come suicidio.

La terza buona ragione è di carattere ambientale. Siamo dentro una catastrofe dovuta a cambiamenti climatici che chiunque di noi non sia distratto può agevolmente riconoscere. Eppure continuiamo a parlare di rilancio di consumi o di piani industriali con gli stessi criteri che ci hanno portato sin qui. I criteri novecenteschi con cui valutiamo economia e politica, tra cui destra e sinistra, sono oggi irrealistici. Oggi dovremmo chiederci se la politica e l’economia, se le nostre imprese, favoriscono e conservano la vita e i legami sociali oppure distruggono entrambi.

La quarta ragione è che i disegni organizzativi omologati che caratterizzano i nostri ambienti vitali, il lavoro, la scuola, gli ospedali e persino i luoghi del tempo “libero” sono obsoleti e producono inefficienze e malessere. E’ necessario uno sforzo collettivo per ripensarli e non ci possiamo più permettere di delegare la loro costruzione a pseudo esperti come sono spesso le società di consulenza.

La quinta buona ragione è che si invecchia. Non è una cattiva notizia. Ma si tratta di un problema per le nostre società e per le nostre organizzazioni. Cambia la stessa configurazione del ricambio generazionale che non possiamo considerare solo un problema di responsabilità individuale risolvibile con il cinismo autoritario della rottamazione. Siamo immersi in un mutamento antropologico profondo, non affrontabile con qualche algoritmo organizzativo. Non possiamo attingere a comode risposte preconfezionate. Questo dovrebbe essere visto anche con entusiasmo. Se poi, contestualmente, la vecchiaia viene vista come un problema e per fare bella figura in società si deve essere eternamente giovani, la situazione allora si fa molto molto complicata anche nel rapporto tra le generazioni.

La sesta buona ragione è che la tecnologia cambia irreversibilmente le nostre relazioni. La tecnologia ci pensa. Il telefonino, i social network, i media, cambiano la geografia delle nostre relazioni e dei nostri sentimenti. L’orizzontalità concessa da alcuni strumenti mette in discussione la forma gerarchica. In molti casi questo è un bene, ma si finisce anche per mettere in discussione il concetto di autorità. Si dice che non ci sono più padri. Ne risente il senso del limite, il senso del pudore, il senso delle istituzioni. Con le tecnologie abbiamo la possibilità di essere sempre altrove. Cambia anche il linguaggio. Spesso più diretto ed efficiente, ma in molti casi coincidente con forme che un tempo sarebbero state definite “maleducazione”.

Infine: le imprese producono culture che non prevedono la cultura come parte integrante del proprio tempo operativo. Gli stili professionali che si adottano portano gradatamente le persone ad abbandonare la lettura, lo studio, il confronto con persone e idee diverse dalle proprie e da quelle degli ambienti a cui ci conformiamo. Dice Tullio De Mauro che in tutti i paese avanzati si assiste ad un declino delle competenze intellettuali acquisite. Il 70% della popolazione italiana non è in grado di comprendere un testo scritto, un grafico, una cartellone pubblicitario, un avviso in un ufficio pubblico. Si sale all’80% se si devono risolvere problemi ancora più complessi. Le nostre organizzazioni producono ignoranza non favorendo la necessità e la curiosità per l’autoaggiornamento e la cultura. Non studiamo più. Non leggiamo più. E non può sfuggire il declino intellettuale e culturale della classe dirigente di questo paese negli ultimi anni. Declino che alcuni hanno proposto come vanto, salvo acquistare un titolo di laurea in Albania, o metter il proprio nome come autore di libri scritti da altri.

Di questo e molto altro abbiamo provato a parlare nella nostra iniziativa del 9 ottobre “Come si Formano i Gruppi Dirigenti”. Di questo e molto altro abbiamo parlato con il Prof. Tullio De Mauro, linguista di fama, ex Ministro della Pubblica Istruzione, ospiti nella sua casa a Roma. Qui una sintesi del dialogo. Appena possibile, il filmato completo.

 Pubblicato da Enrico Parsi

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